Mafia e mazzette dietro lo smaltimento della posidonia
Un semplice intervento di pulizia a Selinunte avrebbe nascosto un sistema di affari, favori e infiltrazioni mafiose che avrebbe coinvolto imprenditori, funzionari pubblici e figure di primo piano della Regione Siciliana.
Il porto di Selinunte, soffocato ogni anno da montagne di posidonia, sarebbe diventato il terreno fertile di un sistema di affari illeciti che intreccia mafia, imprenditoria compiacente e pezzi dell’amministrazione regionale. È uno dei capitoli più inquietanti dell’inchiesta che ha travolto Salvatore Iacolino, ex deputato e manager di peso della sanità siciliana, e Giancarlo Teresi, dirigente dell’assessorato alle Infrastrutture ed ex vertice del Genio Civile di Trapani, arrestato per una presunta tangente da 20 mila euro. Teresi, già imputato a Marsala per un’altra vicenda corruttiva, nonostante il processo in corso aveva continuato a scalare posizioni fino a ottenere un ruolo chiave nell’ufficio che gestisce l’edilizia popolare. Un potere che, secondo gli investigatori, avrebbe utilizzato per agevolare l’appalto sullo smaltimento della posidonia. L’indagine, coordinata dal procuratore Maurizio De Lucia e dal pm Gianluca De Leo, e condotta dalla Squadra Mobile di Trapani, ha acceso i riflettori sul cantiere di Castelvetrano dove venivano conferite le alghe raccolte nel porticciolo. Già dal novembre 2024 gli agenti avevano notato presenze ingombranti: Carmelo Vetro, boss di Favara, e Giovanni Filardo, cugino di Matteo Messina Denaro e figura storicamente legata alle dinamiche economiche di Cosa nostra. Entrambi erano quotidianamente all’interno del Polo tecnologico, pur non risultando formalmente coinvolti nei lavori. Secondo gli inquirenti, era proprio Filardo a trasportare in discarica la posidonia, utilizzando mezzi riconducibili al fratello Matteo, nonostante un’interdittiva antimafia. Un’attività remunerata grazie a una variante dell’appalto, che avrebbe permesso ai due di incassare denaro senza comparire in alcun documento ufficiale. Il titolare dell’appalto, Giovanni Aveni della An.Sa Ambiente srl, avrebbe consegnato le chiavi dell’impianto ai due imprenditori, consentendo loro di operare indisturbati. Una situazione che non sarebbe stata rilevata né dal Rup Francesco Mangiapane né dal dirigente Teresi. Per gli investigatori, entrambi avrebbero ricevuto denaro da Aveni: 20 mila euro per Teresi, 10 mila per Mangiapane.





