Sciacca, commessa incinta “licenziata via WhatsApp”: il giudice ordina la reintegrazione
La dipendente allontanata con un messaggio vocale: riconosciuto il “licenziamento orale”, condanna in contumacia del datore di lavoro.
A Sciacca una commessa è stata licenziata dopo essere rimasta incinta, in una gravidanza certificata come a rischio. Assunta part time a tempo indeterminato, si è sentita dire dal datore di lavoro che non avrebbe ricevuto l’indennità di malattia e che, non potendo sostituirla, avrebbe chiuso il negozio. Sei mesi dopo, però, l’attività ha riaperto con un’altra dipendente. La lavoratrice, assistita dall’avvocato Dario Segreto, ha portato il caso in tribunale. Nessuna lettera formale: solo un vocale WhatsApp con cui l’imprenditore annunciava la chiusura. Il giudice Leonardo Modica lo ha definito “licenziamento orale”, richiamando la giurisprudenza che considera messaggi WhatsApp e SMS prove documentali valide. Il datore, mai costituito in giudizio, è stato condannato in contumacia alla reintegrazione della dipendente, al pagamento di oltre 16 mila euro di retribuzioni arretrate, ai contributi previdenziali e a 4.700 euro di spese processuali. «Licenziare una donna perché la gravidanza comporta costi o presunti problemi organizzativi è indice di un grave disvalore sociale», commenta l’avvocato Segreto. «Questa sentenza rende giustizia a chi ha sofferto».





