Pensione a 64 anni, la Cgil avverte: «Tagli pesanti e rischio penalizzazioni permanenti»
Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza mostrano riduzioni fino al 10% dell’assegno. Nel mirino il ricalcolo contributivo e l’ipotesi di usare il Tfr come integrazione.
La proposta di estendere l’uscita a 64 anni anche ai lavoratori del sistema misto, attribuita alla Lega e rilanciata dal sottosegretario Claudio Durigon, viene bocciata senza esitazioni dalla Cgil, che la definisce «sconveniente» per qualunque lavoratore. Le simulazioni dell’Osservatorio previdenza mostrano infatti che un dipendente con 40 anni di contributi e 35.000 euro lordi annui vedrebbe la pensione scendere da 1.726 a 1.543 euro: –10,6%, pari a 182 euro lordi al mese. Il taglio cresce con retribuzioni più alte, superando i 365 euro mensili per chi guadagna 70.000 euro. Oggi la pensione anticipata contributiva a 64 anni esiste già, ma riguarda solo chi rientra nel sistema contributivo puro e supera la soglia minima di 1.638,72 euro lordi. La proposta politica punta invece ad aprire l’uscita anche ai lavoratori con anzianità pre-1996, imponendo però il ricalcolo contributivo integrale dell’assegno. In alcune ricostruzioni si ipotizza anche l’utilizzo del Tfr per colmare il divario rispetto alla soglia minima. Per la Cgil, il nodo è redistributivo: il costo dell’anticipo ricadrebbe interamente sul lavoratore, che rinuncerebbe a una quota significativa della pensione per tutta la vita. L’uso del Tfr, inoltre, consumerebbe una liquidazione maturata in anni di lavoro senza rafforzare la protezione previdenziale. Il punto politico resta la sostenibilità del compromesso tra tempo e reddito: le simulazioni diffuse indicano che, per molti profili, l’uscita a 64 anni rischia di trasformarsi in una penalizzazione tutt’altro che simbolica.





