Mafia, condanne severe per il clan Villaseta e Porto Empedocle
La condanna più elevata, 20 anni di carcere, è stata comminata a Pietro Capraro, indicato dagli investigatori come il nuovo capo della cosca di Villaseta
AGRIGENTO- La condanna a Pietro Capraro è la maggiore rispetto alle altre 25 inflitte dal giudice Lorenzo Chiaramonte al termine del maxi processo celebrato nell’aula bunker del carcere Pagliarelli di Palermo, in primo grado. Il processo riguarda la riorganizzazione dei clan di Villaseta e Porto Empedocle, ma anche un vasto traffico di droga che, secondo l’accusa, avrebbe interessato diverse province siciliane. Al braccio destro di Capraro, Gaetano Licata, è stata inflitta la condanna a 17 anni e 4 mesi. 17 anni sono stati inflitti a Fabrizio Messina, considerato dagli inquirenti il capo della famiglia mafiosa di Porto Empedocle. Vincenzo Parla, di Canicattì, è stato condannato a 15 anni e 8 mesi, ma nei suoi confronti è caduta la contestazione di associazione per delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti. Nove anni a Domenico Blando, 68 anni, ex favoreggiatore di Giovanni Brusca. Sei anni e 4 mesi ad Alessandro Mandracchia, indicato come l’armiere del clan di Villaseta. Assoluzione per Salvatore Prestia, cognato di Fabrizio Messina. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo aveva chiesto per lui una condanna a 5 anni e 4 mesi. Prestia, difeso dall’avvocato Antonino Gaziano, è stato invece scagionato. Queste le altre condanne: Cosimo Ferro (11 anni e 6 mesi), Rocco Grillo (11 anni e 8 mesi), Giuseppe Pasqualino (9 anni e 6 mesi), Fabrizio Messina Denaro (9 anni e 4 mesi), Francesco Firenze (8 anni e 8 mesi) e Giuseppe Focarino (8 anni).
Durante il dibattimento, Fabrizio Messina, boss empedoclino, ha reso dichiarazioni spontanee, affermando di volersi dissociare dalla mafia. «Non mi appartiene più o forse non mi è mai appartenuta». Il processo scaturisce dall’operazione dei carabinieri di due anni fa contro i gruppi criminali di Villaseta e Porto Empedocle. Le indagini, durate quasi tre anni e coordinate dalla Dda di Palermo, avrebbero ricostruito la riorganizzazione delle due storiche famiglie mafiose.
A Villaseta, secondo gli investigatori, Capraro avrebbe assunto la guida del clan dopo avere scontato una condanna per mafia nell’ambito dell’operazione Nuova Cupola. Il gruppo avrebbe conquistato un ruolo di primo piano nel narcotraffico, arrivando a rifornire anche storici mandamenti palermitani. A Porto Empedocle, il controllo sarebbe stato nelle mani di Fabrizio Messina, fratello dell’ergastolano Gerlandino, indicato come vice rappresentante provinciale di Cosa nostra. In una prima fase, secondo gli inquirenti, i due gruppi sarebbero entrati in conflitto, con attentati e danneggiamenti.
L’inchiesta avrebbe acceso il faro sull’organizzazione criminosa capace di importare ingenti quantitativi di droga, anche attraverso canali sudamericani e belgi, per distribuirli nelle province di Agrigento, Trapani, Caltanissetta e Palermo. Ai vertici del traffico, secondo l’accusa, ci sarebbero stati Messina e Vincenzo Parla.





