La politica in verticale: quando il microfono non serve più
Dietro la nuova frontiera della comunicazione politica autiprodotta sui social si nasconde un’insidia spesso sottovalutata: scambiare una versione dei fatti per la verità assoluta. E in una democrazia, la verità non dovrebbe mai essere confezionata da un solo telefonino acceso.
C’era una volta la nota stampa. E prima ancora c’era la telefonata alla redazione, la richiesta di un’intervista, l’appuntamento davanti a una telecamera. Sindaci, assessori, consiglieri comunali, deputati e dirigenti di partito cercavano spazio sui giornali, nelle radio e nelle televisioni locali per far arrivare il proprio messaggio ai cittadini. Oggi quel mondo sembra appartenere a un’altra epoca. La comunicazione politica e istituzionale ha cambiato pelle. Prima sono arrivati i post sui social, spesso semplici trascrizioni delle vecchie note stampa. Adesso dominano i video. Dichiarazioni registrate con lo smartphone, montate in pochi minuti e pubblicate direttamente sulle pagine personali o sui canali ufficiali degli enti. Un fenomeno che a Sciacca, come nel resto d’Italia, è ormai diffusissimo. Il vantaggio per chi comunica è evidente. Non c’è più bisogno di attendere l’interesse di una redazione. Non bisogna convincere un giornalista che quella dichiarazione meriti un servizio o un’intervista. Non esistono più le porte chiuse. Se una volta il politico chiedeva spazio in una trasmissione e si sentiva rispondere che la notizia non era abbastanza rilevante o che non c’erano tempi disponibili, oggi il problema non si pone nemmeno. Bastano uno smartphone, un microfono e una connessione internet.
Nasce così una comunicazione completamente autoprodotta. Senza filtri. Senza mediazioni. Senza domande. Ed è proprio qui che si apre la riflessione. Nel video pubblicato sui social non esiste il contraddittorio. Nessuno interrompe il ragionamento. Nessuno chiede chiarimenti. Nessuno contesta una ricostruzione dei fatti. Non ci sono tempi televisivi da rispettare, non c’è il rischio che un passaggio venga tagliato per esigenze di palinsesto. Chi parla controlla ogni aspetto del messaggio. Anche chi, fino a pochi anni fa, mostrava scarso feeling con telecamere e microfoni, oggi si lancia in dichiarazioni video quasi quotidiane. E quando il risultato non convince, intervengono nuove figure professionali, i social manager. Attraverso le numerose applicazioni disponibili sul web, si taglia e si cuce il girato, si eliminano pause e incertezze, si aggiungono sottotitoli, effetti grafici, filtri e musiche. Il prodotto finale appare spesso più accattivante della comunicazione tradizionale. Accade lo stesso con le sedute del consiglio comunale. Le dirette streaming si scaricano e diventano una sorta di archivio da cui estrarre i passaggi ritenuti più efficaci. Si selezionano pochi minuti di intervento, quelli più incisivi o polemici, e si rilanciano sui social come prova della propria attività politica. Il dibattito completo, con repliche e controrepliche, resta spesso sullo sfondo. È una rivoluzione che presenta aspetti positivi. La comunicazione è più immediata. I cittadini trovano tutto a portata di clic. Le informazioni viaggiano rapidamente e raggiungono migliaia di persone senza intermediari.
Ma è davvero tutto qui? La domanda resta aperta. Questa strategia funziona davvero? I “mi piace”, le visualizzazioni e le condivisioni si trasformano automaticamente in consenso? E soprattutto: il successo di una bacheca social si traduce poi in voti dentro una cabina elettorale? Sono interrogativi ai quali nessuno, oggi, può dare una risposta definitiva. Di certo ci stanno provando tutti. Maggioranza e opposizione. Amministratori e aspiranti amministratori. Ogni giorno le bacheche si riempiono di video, dichiarazioni, repliche e controrepliche. E like e commenti sono spesso di amici o di profili fake creati a supporto, oggi in abbondanza sui social. Il rischio, però, è che nella corsa all’autoproduzione del messaggio si perda qualcosa di essenziale: il confronto. Perché una dichiarazione senza domande è sempre più semplice di un’intervista. Una verità senza contraddittorio è sempre più comoda di una verità sottoposta a verifica. E un video costruito su misura racconta inevitabilmente una sola parte della storia. Per questo i cittadini dovrebbero osservare il fenomeno con interesse, ma anche con spirito critico. Guardare, ascoltare, confrontare fonti diverse. Affidarsi alla stampa ufficiale, a chi fa questo lavoro in modo professionale, che guarda con spirito critico ad ogni evento, cercando di proporlo senza condizionamenti. Perché dietro la nuova frontiera della comunicazione politica si nasconde un’insidia spesso sottovalutata: scambiare una versione dei fatti per la verità assoluta. E in una democrazia, la verità non dovrebbe mai essere confezionata da un solo telefonino acceso.





