Un sindaco contro tutti. Ma a perdere è sempre Sciacca
Ieri sera si è celebrata la seduta consiliare. L’argomento pregnante è stata la relazione annuale del sindaco Fabio Termine. Doveva essere la serata dei bilanci, delle cose fatte, dei risultati raggiunti, ma è stata la rappresentazione di una guerra politica che ha toccato livelli di “caciara”
SCIACCA- Tra scontri personali, alleanze finite e una campagna elettorale già cominciata, la città continua ad aspettare risposte. Se arriveranno. La seduta consiliare si è trasformata, ancora una volta, nell’ennesimo capitolo di una guerra politica che sembra non conoscere tregua. Il Consiglio comunale si è riunito per discutere la relazione annuale del sindaco Fabio Termine, relativa al periodo giugno 2025- giugno 2026. Dall’aula è emersa l’immagine di una città politicamente lacerata, nella quale il confronto amministrativo lascia sempre più spesso spazio allo scontro personale.
Da una parte il sindaco, con il suo elenco di interventi, attività e risultati rivendicati. Dall’altra un Consiglio comunale nel quale il primo cittadino può contare ormai sul sostegno di un solo consigliere su ventiquattro. Una condizione politica che, al di là di ogni valutazione di merito, rappresenta già di per sé un fatto straordinario e racconta meglio di qualsiasi discorso il progressivo isolamento di Fabio Termine.
La frase più ricorrente della serata è stata, ancora una volta, la stessa: «Il sindaco porta tutto in caciara». Un’espressione forse poco elegante, ma che descrive efficacemente una modalità di confronto alla quale l’aula consiliare sembra essersi ormai abituata. Fabio Termine, quando viene incalzato politicamente, troppo spesso sceglie la strada dell’innalzamento dei toni anziché quella dell’argomentazione. La replica diventa attacco, la critica viene interpretata come un’offesa personale e il dibattito finisce per trasformarsi in una sequenza di accuse, allusioni e recriminazioni.
Naturalmente, anche dall’altra parte dell’aula non mancano provocazioni e interventi che contribuiscono ad alimentare il clima di tensione. Ma chi ricopre la carica di sindaco dovrebbe possedere, più di chiunque altro, la capacità di mantenere il confronto sul piano istituzionale. Governare significa anche saper ascoltare chi non la pensa allo stesso modo. E soprattutto significa comprendere che non ogni critica è un’aggressione e non ogni avversario è un nemico.
Eppure, tra un’accusa e una replica, ieri sera è emerso un elemento politico che merita una riflessione più approfondita. Forse il più interessante dell’intera seduta.
A lanciarlo è stato il consigliere comunale Giuseppe Catanzaro, che ha rivolto un’apertura agli attivisti del movimento Mizzica, la formazione politica dalla quale proviene lo stesso sindaco e che proprio Catanzaro ha abbandonato dopo la rottura con Termine. Il messaggio, nella sostanza, è stato chiaro: con Mizzica si può tornare a parlare, si può discutere del futuro della città, si possono persino immaginare nuovi percorsi politici. Ma a una condizione: che Fabio Termine non rappresenti più la guida di quel movimento. Un passaggio tutt’altro che banale. Perché, forse per la prima volta con tanta nettezza, si prova a distinguere il movimento politico dal suo principale esponente. Si riconosce che Mizzica, pur avendo perso negli anni una parte consistente della propria partecipazione originaria, continua a rappresentare un’esperienza civica fatta di persone, soprattutto giovani, che hanno creduto e continuano a credere nella possibilità di contribuire alla vita pubblica di Sciacca. Persone che meritano rispetto, ascolto e interlocuzione, indipendentemente dalle vicende politiche del loro leader.
L’apertura di Catanzaro, peraltro condivisa nel dibattito anche da altri consiglieri comunali, contiene un giudizio politico molto severo nei confronti di Termine: il problema non sarebbe più Mizzica, ma Fabio Termine. È un’affermazione che sposta il ragionamento dai programmi ai rapporti umani, dalle appartenenze politiche alla capacità di costruire relazioni. Ed è proprio qui che si colloca uno dei nodi più delicati di questa amministrazione. In questi anni, il sindaco ha progressivamente consumato rapporti politici, alleanze e intese che avevano contribuito alla sua elezione. La rottura con una parte del suo stesso mondo politico, quella con diversi consiglieri che inizialmente ne sostenevano l’azione e il deterioramento dei rapporti con il Partito Democratico raccontano un percorso nel quale la capacità di aggregare sembra avere progressivamente lasciato il posto alla contrapposizione.
Emblematico è anche il rapporto con Gabriele Modica, che aveva contribuito elettoralmente al progetto di Mizzica e che oggi rappresenta il Partito Democratico. Anche in questo caso, il confronto politico si è spesso trasformato in uno scontro dai toni particolarmente aspri. Lo stesso vale per Daniela Campione, oggi nell’area dei Verdi, alla quale viene periodicamente rinfacciato il passato da assessora nella giunta di centrodestra guidata da Fabrizio Di Paola tra il 2012 e il 2017, prima dell’esperienza con Mizzica. Ma attenzione: la politica sciacchitana dovrebbe avere una certa prudenza quando decide di impartire lezioni di coerenza. Se dovessimo ricostruire tutti i cambi di appartenenza, i riposizionamenti, le alleanze prima osteggiate e poi abbracciate, probabilmente non basterebbe un’intera notte. E lo stesso Fabio Termine, che per anni ha costruito parte della propria identità politica sulla contrapposizione al Partito Democratico, ha poi trovato proprio in quel partito un alleato determinante per conquistare la guida della città.
La politica, del resto, è fatta anche di evoluzioni, cambiamenti e nuove convergenze. Il punto non è stabilire chi abbia cambiato più volte posizione, ma comprendere se dietro quei cambiamenti esista una visione della città oppure soltanto la convenienza del momento. Ed è proprio la visione che continua a mancare nel dibattito pubblico sciacchitano.
Siamo ormai a circa sette mesi dalle prossime elezioni amministrative e i motori della campagna elettorale sono già accesi. Le sedute consiliari rischiano di diventare sempre più occasioni per delimitare schieramenti, lanciare messaggi agli elettori e consumare regolamenti di conti. Tutto legittimo, per carità. Ma sarebbe auspicabile che, almeno ogni tanto, si tornasse a parlare di Sciacca. Perché fuori da quell’aula esiste una città che osserva. Una città che ascolta e che, qualche volta, prova persino imbarazzo per lo spettacolo offerto dai propri rappresentanti istituzionali.
Una città alla quale non basta sentirsi raccontare che è stata asfaltata una strada, sistemato un marciapiede o realizzato un cordolo. Interventi certamente utili, talvolta necessari, ma che non possono essere spacciati per una strategia complessiva di sviluppo. La manutenzione di una città non può essere confusa con la costruzione del suo futuro. Sciacca continua a fare i conti con la progressiva desertificazione commerciale e sociale del centro storico, con una viabilità sempre più problematica, con un sistema turistico che fatica a esprimere una programmazione strutturata e con una perdita di centralità rispetto al territorio circostante.
Una città dalle potenzialità straordinarie che troppo spesso sembra accontentarsi di sopravvivere alle proprie emergenze, anziché costruire le condizioni per diventare protagonista del proprio sviluppo.
E allora, se davvero esiste una disponibilità trasversale al dialogo, come quella emersa ieri sera, sarebbe interessante comprendere se questa possa tradursi in qualcosa di più di una semplice alleanza contro qualcuno. Perché costruire un’alternativa a Fabio Termine non significa automaticamente costruire un’alternativa amministrativa credibile. E questo vale per tutti: per chi oggi governa, per chi si oppone, per chi ha sostenuto il sindaco e poi lo ha abbandonato e per chi si prepara a chiedere la fiducia degli elettori.
Il rischio, altrimenti, è che la prossima campagna elettorale si trasformi nell’ennesimo referendum sulle simpatie e sulle antipatie personali, con la città relegata ancora una volta sullo sfondo.
La seduta di ieri sera ha probabilmente certificato qualcosa di più profondo della semplice solitudine politica di un sindaco. Ha mostrato la conclusione di una stagione, la rottura definitiva di un sistema di relazioni e l’avvio di una fase nella quale tutti sembrano già guardare al dopo Termine.
Ma mentre la politica si interroga su chi dovrà guidare Mizzica, su chi starà con chi e su quali alleanze potranno nascere, sarebbe opportuno ricordare che esiste una domanda molto più importante. Chi ha davvero un progetto per Sciacca? Perché tra sette mesi i cittadini non saranno chiamati a scegliere chi ha urlato di più in Consiglio comunale, chi ha pronunciato l’attacco più feroce o chi è riuscito a mettere maggiormente in difficoltà il sindaco. Saranno chiamati a scegliere a chi affidare il futuro della città. E forse è arrivato il momento che qualcuno cominci finalmente a parlare di quel futuro. Perché Fabio Termine passerà, come passano tutti i sindaci. Le polemiche di ieri saranno dimenticate. Le alleanze cambieranno ancora. Ma i problemi di Sciacca, se nessuno avrà il coraggio e la capacità di affrontarli, resteranno esattamente dove sono. E a quel punto non servirà più cercare qualcuno con cui prendersela. Bisognerà soltanto fare i conti con il tempo perduto.





