L’Europa riconosce l’insularità della Sicilia: cosa cambia per costi, servizi e sviluppo

Bandiera-Siciliana

Per le isole arrivano risorse dedicate, strumenti mirati e un cambio di paradigma: da svantaggio strutturale a leva di competitività

L’Unione Europea ha compiuto un passo che i siciliani attendevano da decenni: il riconoscimento formale dell’insularità e dei suoi costi reali. Una certificazione politica ed economica che ribalta la prospettiva: vivere e produrre su un’isola non è una condizione neutra, ma un fattore che incide su trasporti, bollette, servizi, mobilità dei giovani e competitività delle imprese. Secondo lo studio regionale, questo “costo invisibile” vale 6,54 miliardi l’anno, pari al 7,4% del PIL. Il 10 giugno la Commissione Ue ha adottato la prima Strategia europea per le isole, accompagnata da un Piano per le zone costiere e da una dote iniziale di 1,5 miliardi di euro. Risorse destinate a cinque assi chiave: competitività e decarbonizzazione, difesa, alloggi accessibili, resilienza idrica e transizione energetica. Ogni Stato e Regione potrà integrare ulteriori fondi rimodulando FESR, FSE+ e Coesione. Per la Sicilia, questo riconoscimento apre scenari concreti: interventi sui noli marittimi, oggi più alti del 50% rispetto alla media nazionale; misure per contrastare lo spopolamento giovanile; investimenti su energia, acqua e blue economy; sostegno a pesca, turismo sostenibile e bioeconomia marina. Ma la sfida decisiva resta l’attuazione: trasformare le risorse in progetti, i progetti in cantieri, i cantieri in diritti reali per cittadini e imprese. Come ha sintetizzato il vicepresidente della Commissione Raffaele Fitto, l’obiettivo è «trasformare gli ostacoli in opportunità». Per la Sicilia, la partita è appena iniziata: la cornice europea c’è, i fondi anche. Ora serve farli arrivare davvero a chi produce, a chi vive qui, a chi vorrebbe restare.

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