A Sciacca serve un gesto di coraggio e di maturità politica: restituire la parola alla città
E’ arrivato il momento di fermarsi e riflettere, tutti. Non servono altri colpevoli, altre divisioni, altre battaglie. Serve un gesto di coraggio e di maturità politica: restituire la parola alla città
EDITORIALE
Ci sono momenti nella vita di una comunità in cui continuare a camminare nella stessa direzione non significa andare avanti. Significa soltanto trascinare ancora più lontano un peso che è diventato insostenibile. Credo che Sciacca sia arrivata a uno di questi momenti. Quanto emerso nelle ultime ore in Consiglio comunale, con la vicenda che riguarda l’assessore Francesco Dimino, non può e non deve trasformarsi nell’ennesimo capitolo di una guerra politica che ormai sembra non conoscere conclusione. Non è questa la strada. Non può esserlo ancora. La vicenda merita certamente tutti i chiarimenti necessari, nel rispetto delle persone coinvolte e senza anticipare giudizi o responsabilità che spetta ad altri accertare. Ma sarebbe un errore enorme fermarsi al singolo episodio, al singolo assessore, alla singola richiesta di dimissioni. Perché oggi il problema non è più soltanto una persona. È un intero sistema politico che ha bisogno di fermarsi, interrogarsi e trovare il coraggio di ricominciare. Non è una questione di centrodestra o di centrosinistra. Non è una questione di maggioranza o di opposizione, ammesso che queste definizioni riescano ancora a rappresentare fedelmente gli equilibri politici della nostra città. È una questione di responsabilità collettiva. In questi anni abbiamo assistito a rotture, ricomposizioni, scontri, accuse, polemiche, contrapposizioni e continui cambiamenti di scenario. Una lunga stagione politica durante la quale, troppo spesso, il dibattito sulle sorti del Palazzo municipale ha finito per sovrastare quello sulle sorti della città. E mentre la politica discute, si divide, si difende e si accusa, fuori da quel Palazzo c’è una comunità che osserva.
Una comunità che lavora, che affronta difficoltà, che immagina un futuro per i propri figli, che vorrebbe tornare a riconoscersi nelle istituzioni. Una comunità che, lentamente, rischia di perdere qualcosa di molto più importante della fiducia in un sindaco, in un assessore o in un consigliere comunale. Rischia di perdere la fiducia nella politica stessa. Ed è questa la sconfitta più grande che una classe dirigente possa consegnare alla propria città. Perché quando un cittadino smette di credere che il proprio voto possa cambiare qualcosa, quando considera il Palazzo comunale un luogo distante dalla propria vita, quando non distingue più le idee dalle polemiche e le proposte dagli interessi di parte, allora il problema non appartiene più a chi governa, appartiene a tutti.
E allora, forse, è arrivato il momento di pronunciare una parola semplice, ma terribilmente difficile per chi esercita il potere: basta. Fermiamoci, fermiamoci tutti. Non per fuggire dalle responsabilità, ma per assumercele fino in fondo. Non per decretare vincitori e sconfitti, ma per riconoscere che continuare così rischia di produrre soltanto altra sfiducia, altra amarezza, altra distanza tra cittadini e istituzioni.
Mancano ormai pochi mesi alle prossime elezioni amministrative. Sette, otto mesi nei quali sarebbe possibile immaginare una conclusione anticipata di questa esperienza, un periodo di gestione istituzionale che accompagni serenamente Sciacca verso una nuova stagione. Un tempo nel quale lasciare che l’aria torni a essere respirabile. Che il confronto politico si liberi dalle tossine delle contrapposizioni personali. Che i cittadini possano tornare a giudicare programmi, idee, persone e visioni senza essere continuamente trascinati nelle vicende che hanno segnato questi anni.
Non significa cancellare ciò che è successo. Non significa sottrarre qualcuno alle proprie responsabilità. La trasparenza, i chiarimenti e gli eventuali accertamenti devono andare avanti, senza sconti per nessuno. Significa, piuttosto, avere il coraggio di riconoscere che a volte il gesto politicamente più alto non è quello di conservare una carica, ma quello di saperci rinunciare. E questo coraggio, oggi, dovrebbe appartenere a tutti. Al sindaco Fabio Termine, che potrebbe scegliere autonomamente di concludere anticipatamente la propria esperienza amministrativa, trasformando una decisione certamente dolorosa in un gesto di responsabilità verso Sciacca. Ma anche all’intero Consiglio comunale, che avrebbe nelle proprie mani lo strumento politico della sfiducia e la possibilità di assumersi, senza distinzioni di appartenenza, la responsabilità di aprire una fase nuova. Nessuno dovrebbe sentirsi escluso da questa riflessione. Nessuno dovrebbe considerarsi soltanto spettatore o giudice delle scelte altrui. Perché non si può chiedere agli altri di fare un passo indietro senza essere disponibili a compierlo personalmente. Non cerchiamo un colpevole da esibire alla pubblica opinione. Non abbiamo bisogno di una caccia alle streghe. Non ci serve individuare qualcuno sul quale scaricare il peso di cinque anni di tensioni, problemi e contraddizioni. Abbiamo bisogno di molto di più. Abbiamo bisogno di un segnale.
Un segnale autentico, forte, comprensibile anche a chi non segue quotidianamente le dinamiche della politica locale. Un segnale che dica ai cittadini che le istituzioni non sono proprietà di chi le occupa temporaneamente. Che nessuna poltrona vale più della serenità di una comunità. Che il mandato ricevuto dagli elettori è un servizio, non un diritto da difendere a qualunque costo. E soprattutto che la politica può ancora essere capace di anteporre il bene collettivo alla propria sopravvivenza. Immagino il valore di una decisione simile. Il significato di un sindaco e di un Consiglio comunale che, pur nelle rispettive differenze, riconoscano insieme la necessità di restituire la parola ai cittadini. Non sarebbe necessariamente una resa. Potrebbe essere il più grande gesto di maturità politica compiuto in questi cinque anni. E forse proprio da questa scelta potrebbe nascere qualcosa di nuovo.
Una campagna elettorale finalmente rivolta al futuro e non soltanto al passato. Una competizione nella quale tornare a parlare di sviluppo, turismo, cultura, lavoro, giovani, servizi, opportunità. Una stagione nella quale ciascuno possa presentarsi agli elettori con la propria storia, le proprie idee e la propria credibilità, senza trascinarsi dietro il peso di un conflitto permanente. Sciacca ha bisogno di ritrovare entusiasmo. Ha bisogno di tornare a sperare. Ha bisogno di una politica che sappia guardare negli occhi i cittadini, prima ancora di cercarne il consenso. E allora il mio auspicio, oggi, non è quello di vedere qualcuno sconfitto e qualcun altro festeggiare. Il mio auspicio è vedere una classe politica capace, almeno una volta, di sorprendere positivamente la propria città. Fermiamo tutto. Palla al centro. Tutti a casa. E poi, finalmente, ricominciamo. Perché una città non può vivere eternamente in campagna elettorale, né può restare ostaggio delle ferite della propria politica. Sciacca merita di ritrovare serenità, dignità istituzionale e fiducia. E forse, per restituirle tutto questo, non serve qualcuno che abbia la forza di rimanere. Serve qualcuno che abbia il coraggio di andare via. Perché la politica passa. Le cariche finiscono. Le maggioranze cambiano. Ma Sciacca resta.





