Il parroco che richiama la diocesi al dialogo: “Serve una Chiesa più vicina, più trasparente, più umana”

don gino faragone

In una lettera al vescovo, don Gino Faragone denuncia distanze, incomprensioni e mancanza di sinodalità. E rilancia un appello: “Riconquistiamo fiducia, ascolto e comunione”.

Il parroco della parrocchia Beata Maria Vergine di Loreto di Sciacca, don Gino Faragone, scrive al vescovo Alessandro una lettera accorata, denunciando il clima di disagio che, a suo avviso, attraversa la diocesi. Il sacerdote lamenta scarso dialogo, poca conoscenza diretta dei presbiteri, trasparenza limitata e una sinodalità spesso evocata ma non praticata. Segnala inoltre la crescente distanza tra Chiesa e fedeli, l’esclusione di molti sacerdoti dai processi decisionali e l’imposizione dei nuovi parroci alle comunità senza coinvolgimento. Critica una gestione percepita come clericale, poco attenta ai poveri e alle ferite delle persone. Don Faragone invita il vescovo a recuperare un rapporto più umano e presente con il clero, a valorizzare il laicato e a favorire un clima di fiducia e collaborazione: “Prova a conquistarci, non te ne pentirai”.

Ecco il testo completo della lettera di don Gino:

Al mio vescovo Alessandro

Carissimo, mediante questa lettera vorrei farti conoscere il mio stato d’animo e l’aria che si respira in diocesi, anche se vivo relegato in periferia. Da contatti telefonici percepisco disagi, che creano problemi di varia natura. Ti scrivo per amore di una Chiesa, che non posso non riconoscere ancora come madre. E’ un atto di fede, che rinnovo ogni giorno. Spesso facciamo appello a documenti sinodali per sentirci in qualche modo sostenuti da una chiesa, che ha voglia di farci sognare e riconoscere i profeti del nostro tempo, sempre difficili da individuare, uomini che pagano un prezzo troppo alto nel momento in cui denunciano chiaramente relazioni poco chiare e con coraggio invitano i credenti a radicare la propria fede sulla Parola di Dio. Sappiamo che siamo chiamati a ravvivare la speranza in un mondo di pace, a intessere relazioni più cordiali, a fasciare le ferite di chi si sente a pezzi, scartato e abbandonato. Sappiamo che spetta a tutti ravvivare la speranza in un mondo migliore e a creare un clima di comunione, maggiormente visibile. Voglio richiamare la tua attenzione su alcune problematiche, che rendono più difficili i nostri rapporti. Son passati già diversi anni dall’inizio del tuo ministero, ma abbiamo la percezione di non essere conosciuti abbastanza né valorizzati. Intendo riferirmi ad una conoscenza diretta e non quella riportata da persone in carriera, persone interessate a conservare la propria posizione privilegiata. Si coglie un’impressione non certamente positiva sulle tue reazioni davanti a posizioni differenti da parte dell’assemblea su problematiche che creano dissensi, conflitti e diversità di approccio. Pare che tu non sia disposto a dedicare tempo per tali divergenze. Qualcuno ne è rimasto parecchio irritato. Proprio a motivo delle diversità di vedute, il dialogo è certamente necessario, anzi indispensabile. Da parecchi anni ci muoviamo verso un rinnovamento pastorale, con particolare attenzione ai ministeri laicali. La tua presenza pare che abbia in qualche modo rallentato questo nostro cammino, accentuando ancor di più atteggiamenti di forte delusione. La sinodalità è un termine sempre più richiamato nelle nostre assemblee, ma di fatto siamo ancora molto lontani quanto meno nel tentare di applicarla: poco dialogo, poca trasparenza. Capisco che il mio parere possa contare poco o forse niente. Ma tagliare i ponti non appartiene al messaggio evangelico. L’esclusione di tanti presbiteri dalla vita diocesana rende gli organismi di partecipazione solo strumenti di ratifica per le scelte già operate dal Vescovo. La trasparenza appare davvero molto limitata. Una pastorale veramente evangelica non può non riconoscere una particolare attenzione ai poveri, ai piccoli, ai nostri fratelli ai quali abbiamo negato una qualche prospettiva di futuro. Non possiamo continuare a ignorare la loro dignità sistematicamente calpestata. Abbiamo davvero tanto da farci perdonare! Per questi nostri fratelli, la parrocchia è sempre più estranea, lontana. In questi giorni di cambiamenti, le nostre comunità appaiono solo destinatarie di un nuovo parroco, ma non sono per niente interessate. A loro il nuovo parroco viene imposto, senza alcuna forma di coinvolgimento. Un parroco che deve fare i conti con le prospettive della diocesi, spesso condizionate da movimenti religiosi particolari e da altri presbiteri la cui formazione differisce non poco da quella che abbiamo ricevuto. Ritengo che sarebbe più corretto un loro graduale inserimento in diocesi, mostrando anche di stimarli e successivamente affidare dei compiti pastorali. Non ci aspettiamo un vescovo con le soluzioni in tasca di tutti i problemi, ma un vescovo che incoraggi e sostenga i suoi presbiteri, confidando in una stretta collaborazione. Un vescovo che sappia riconoscere uno spazio proprio al laicato, in stretta collaborazione con il clero. In questi ultimi anni, appare con maggiore evidenza una chiesa sempre più clericale con un laicato sempre meno presente. Un vescovo non dovrebbe preoccuparsi di questa situazione? Ascoltando alcuni presbiteri ho la sensazione di trovarmi in una diocesi in cui il vescovo pare che sfugga al suo ruolo: egli come un direttore d’orchestra se vuole svolgere bene il suo ruolo non può limitarsi a conoscere la partitura di un brano, ma deve conoscere anche gli orchestrali. Alcune problematiche che hanno causato lacerazioni sanguinanti vanno affrontate, avendo cura anzitutto di avere rispetto per le persone coinvolte. Siamo chiamati ad amare il ruolo che svolgiamo, a guardare con il cuore le persone che ci vengono affidate, se vogliamo sostenerle nelle loro afflizioni. Il vangelo che annunciamo deve essere anche vissuto. In occasione della visita del Papa a Lampedusa, ho scritto una riflessione cercando di sottolineare la differenza tra l’esperienza del naufrago a mare e la vista del naufrago da parte di chi sta in un luogo sicuro. Non è sufficiente commuoversi per la situazione del naufrago, se poi non si ha il coraggio di impegnarsi perché il povero disgraziato raggiunga un posto più sicuro. Di naufraghi in attesa almeno di una ciambella di salvataggio ce ne sono ancora tanti. La nostra diocesi deve affrontare le lacerazioni presenti, deve recuperare una maggiore fiducia in un pastore più presente. Non sto a citare testi del magistero che tu certamente conosci a memoria. Non voglio considerare un vescovo unicamente nel suo ruolo di dignità pubblica, al vertice di una macchina burocratica, circondato da una curia come una corte e i presbiteri come dipendenti, con una conoscenza limitata da valutazioni elaborate da pochi, interessati a conservare un certo stato di privilegi. Bellissimo il quadro dedicato dal Direttorio alla figura del vescovo, descritto come un uomo ricco di umanità, leale, sincero, aperto, con una “sana propensione al dialogo e all’ascolto”. E’ davvero scandaloso fidarsi di dossier, senza mai avere incontrato le persone interessate. Quella pagina evangelica della correzione fraterna, è valida anche per i vescovi. Non basta fare riferimento alla sinodalità, se poi non si è disposti al confronto. I collaboratori non possono essere scelti tra quelli ciecamente sottomessi. Non mi va di vedere vescovi presenti a inaugurare strutture, partecipare a convegni e non disponibili poi a cercare il proprio clero. Dobbiamo imparare tutti ad ascoltarci reciprocamente, rinunciando qualche volta anche al nostro punto di vista, per accettare quello di Dio. Cerchiamo insieme il bene della nostra Chiesa. E’ vero che non ci siamo scelti, ma è anche vero che ci si può sempre innamorare. Noi siamo amabili, disponibili. Prova a conquistarci, non te ne pentirai.

Don Gino Faragone

prete di periferia, in esilio

What do you feel about this?