Tra botteghe autonome e rivalità storiche: Sciacca ha bisogno di fare sistema
La procedura ministeriale per l’Igp ceramica è avviata, ma il vero ostacolo resta la storica frammentazione del comparto: associazioni mai stabili e nessuna strategia comune.
SCIACCA. La corsa all’Indicazione Geografica Protetta (IGP) per la Ceramica di Sciacca è un percorso in salita. Non per la complessità dell’iter, né per la rigidità della normativa europea, ma per un problema che accompagna il settore da decenni: la divisione interna, la mancanza di una visione comune, l’incapacità di costruire un fronte unitario. È questo il problema che pesa più di ogni procedura ministeriale. Ogni tentativo di valorizzazione, ieri come oggi, si scontra con un comparto che non è mai riuscito a essere compatto, né sul piano artistico né su quello economico. L’assessore alle Attività Produttive Francesco Dimino ha annunciato nei giorni scorsi l’avvio ufficiale del percorso dopo il convegno del Ministero delle Imprese e del Made in Italy, dove è stata illustrata la nuova disciplina europea sulle Indicazioni Geografiche dei prodotti artigianali e industriali. L’iter prevede la costituzione di un’associazione di produttori, la redazione del disciplinare, la domanda al Ministero e la valutazione europea. Nei prossimi giorni il Comune convocherà i ceramisti per avviare il confronto operativo. La costituzione di un’associazione è il punto più critico. A Sciacca non è mai esistita una rappresentanza unitaria: una associazione nacque, poi se ne formò un’altra in contrapposizione, e infine entrambe si dissolsero. Il settore ha continuato a vivere di botteghe autonome, talenti individuali e iniziative isolate, senza una strategia condivisa. Anche la politica, negli anni, non è riuscita a creare un percorso stabile: progetti belli come “Sciacca Terme in Ceramica nel 2000”, nati per diventare identitari, non hanno avuto continuità e si sono spenti dopo poche edizioni, lasciando spazio a eventi sporadici finanziati dalla Regione Siciliana. “Durante il mio mandato da assessore – commenta Salvatore Mandracchia, oggi ambasciatore dell’Associazione Nazionale Città della Ceramica – volli fortemente il marchio doc per riaffermare la nostra identità. Nel portare a termine il progetto non incontrai alcun problema di dualismo. Lavorammo in piena sintonia con i maestri, raggruppati nell’allora Associazione ceramisti. Con entusiasmo e sinergia centrammo l’obiettivo di promuovere un’antica espressione della nostra città. Bisogna recuperare quello spirito cooperativo per continuare a dare visibilità ad un settore che è storia, arte, cultura, economia”.
La ceramica di Sciacca ha radici profonde. Le prime testimonianze risalgono all’età ellenistica, con produzioni che si consolidano nel Medioevo e si trasformano nel corso dei secoli. Dopo la Seconda guerra mondiale, la rinascita artigiana fu trainata da botteghe familiari che hanno tramandato tecniche, colori e motivi decorativi diventati simboli della città. Ma questa crescita è avvenuta in modo individuale, senza un progetto collettivo. Ogni laboratorio ha sviluppato un proprio stile, una propria filosofia, una propria strategia commerciale. Una ricchezza, certo, ma anche un limite: senza unità, la ceramica saccense non ha mai compiuto il salto verso un marchio identitario riconosciuto, come accaduto in altri territori italiani. Eppure, nonostante la frammentazione, il settore continua a produrre buoni risultati economici: le botteghe attraggono visitatori, la tradizione resta viva, il nome di Sciacca circola nel mercato turistico e artigianale. Ma la mancanza di una visione comune impedisce di trasformare questa forza in un brand strutturato, tutelato e competitivo. Il settore non è stato accompagnato verso una strategia condivisa, né verso la costruzione di un’identità collettiva. E non bastano gli inserti in ceramica realizzati nel centro urbano. La conseguenza è un comparto che vive, produce, resiste, ma non cresce come sistema.





