“Da diffidenza a gratitudine: la mia esperienza all’ospedale di Sciacca”

ospedale sciacca area emergenza 2026

Lettera di una paziente che per alcuni giorni, dopo un incidente, è stata degente al “Giovanni Paolo II”

Pubblichiamo una lettera giunta alla nostra redazione, che è una testimonianza intensa e profondamente umana che racconta il percorso di una donna che, dopo un incidente, scopre un volto diverso dell’ospedale di Sciacca. Da iniziale diffidenza verso la sanità locale, l’esperienza diretta le rivela professionalità, empatia e dedizione di medici, infermieri e operatori. Un racconto di gratitudine che invita a riconoscere il valore delle persone che ogni giorno sostengono un sistema sanitario che presenta tanti problemi.

Premetto che non sono solita, anzi direi piuttosto restia, a condividere pubblicamente pensieri personali sui social o sui media. Ma questa volta sento che sia giusto farlo. Sono di Sciacca, una città che amo profondamente. Dopo circa 42 anni sono tornata qui, ritrovando famiglia, lavoro e radici. Non è stato tutto semplice: tornavo con uno sguardo abituato al confronto, spesso pronta a criticare e a “combattere” ciò che non ritenevo all’altezza di altre realtà che avevo conosciuto. Proprio per questo, non ho mai nascosto di aver avuto nel tempo criticità e timori nei confronti della sanità e degli ospedali del Sud in generale, alimentati da esperienze passate di familiari e da racconti recenti. Il 9 aprile, però, tutto è cambiato. E forse proprio per questo quello che ho trovato mi ha sorpresa… e, per certi versi, anche fatta ricredere. Un incidente banale, nel tentativo di evitare conseguenze ben più gravi, mi ha portata a conoscere una realtà che non mi aspettavo: una macchina operativa 24 ore su 24, fatta soprattutto di giovani professionisti che lavorano con competenza, discrezione, pazienza e — cosa tutt’altro che scontata — con il sorriso.

L’ambulanza è arrivata tempestivamente. Al triage sono stata registrata con codice giallo. L’unica osservazione che mi sento di fare è che, vista la tipologia di trauma (cranico, facciale e toracico), sarebbe stato opportuno un monitoraggio più costante dei parametri durante l’attesa. E infatti, la situazione si è evoluta. È stata Giorgia Piazza, appena entrata in turno e allertata da mio marito, a comprendere immediatamente la necessità di rivalutare il codice. La TAC ha evidenziato una piccola emorragia cerebrale e diverse fratture maxillo-facciali e alle coste. Il dottor Tommaso Smeraldi è stato esemplare: professionale e profondamente umano nel rassicurare la mia famiglia. E non dimenticherò mai la dolcezza della dottoressa che mi ha ricucito il labbro e dell’infermiera che l’ha assistita, riuscendo anche a convincermi, con grande tatto, ad accettare una procedura che temevo. Poi il passaggio in quella che potrei definire una sorta di “girone dantesco”: una grande sala senza porte, con luci sempre accese, odori, lamenti e dolore. Un luogo di transito dove si concentrano storie, fragilità e attese.

Eppure, proprio lì ho visto qualcosa di straordinario. Gli infermieri e gli operatori sanitari lavorano senza sosta, cercando di rispondere a tutti nel minor tempo possibile, con i mezzi a disposizione, senza mai perdere una parola gentile e senza mai dimenticare la dignità delle persone. E questo, in un contesto del genere, è forse l’aspetto più difficile. In quelle due lunghe notti ho conosciuto Giovanni Landi e Vito Vinci: due giovani infermieri che mi sono stati accanto con attenzione e sensibilità, aiutandomi a sopportare dolore e paura. E osservandoli ho capito che non ero un’eccezione: era semplicemente il modo in cui si prendevano cura di tutti. Ed è proprio questo che rende il loro lavoro ancora più straordinario. Successivamente, grazie al dottor Marsala, sono stata trasferita in Astanteria: un piccolo reparto, essenziale ma pulito e accogliente, dove ho incontrato altri professionisti che meritano di essere nominati: Calogero Raia, Giuseppe Giglio, Carola Pavone, Angelo, Veronica Di Giovanna, Federica e Giuseppe Alfano, che mi ha accompagnata con una dolcezza rara durante il trasferimento al Civico di Palermo. Un ringraziamento sincero anche a Ilenia Tummiolo, tecnico di laboratorio biomedico, che conoscevo già e che mi è stata particolarmente vicina.

Esco da questa esperienza cambiata. Con maggiore consapevolezza, ma anche con una serenità nuova. Perché il nostro ospedale, nonostante le criticità, non è fatto solo di carenze: è fatto soprattutto di persone. E in molti di questi giovani ho visto qualcosa che va oltre la preparazione tecnica: ho visto una vocazione autentica, concreta, vissuta ogni giorno. E, permettetemi di dirlo, più forte e tangibile di tante parole. E allora forse dovremmo cambiare anche noi. Rispettare questi luoghi e le persone che vi lavorano come fossero casa nostra. Non offendere, avere pazienza, non sporcare, non rovinare, non considerare “di nessuno” ciò che appartiene a tutti. Alla sanità siciliana non servono solo risorse — pur necessarie e indispensabili — ma anche organizzazione, continuità, valorizzazione del personale e una visione che metta davvero al centro chi ogni giorno lavora in prima linea. E soprattutto: serve riconoscere, sostenere e proteggere medici e infermieri, che rappresentano il cuore pulsante del sistema. A Carola Pavone, Angelo e Giuseppe Giglio voglio fare un augurio particolare: che possano essere presto trasferiti più vicino a casa loro. Se lo meritano davvero.

Chiudo con una riflessione più diretta. Durante la mia degenza ho sentito, a tratti, una voce autoritaria, dura nei modi e nei toni, distante da tutto ciò che avevo visto fino a quel momento. Credo che oggi questo tipo di approccio non sia più compatibile con la sanità che funziona davvero. Quando attorno a te vedi giovani professionisti lavorare con rispetto, puntualità, empatia e spirito di squadra, diventa evidente che certi modi appartengono a un’altra epoca. Forse è semplicemente arrivato il momento di lasciare spazio a chi interpreta questo lavoro con uno stile diverso, più moderno, più umano. E c’è un’ultima cosa che questa esperienza mi ha lasciato. Mi ha fatto comprendere e avvicinare ancora di più a mia figlia, che ha scelto di fare l’infermiera. Oggi sono profondamente fiera di lei, perché in lei riconosco la stessa luce, la stessa passione e la stessa dedizione che ho visto in questi ragazzi. Per questo oggi mi sento, in qualche modo, la madre orgogliosa di ognuno di loro. Un immenso GRAZIE

Lettera firmata