termine fabio 2025

La bocciatura di stile bulgaro al Piano Aro è un segnale inequivocabile che rende palese la nullità della strategia in Consiglio comunale su cui puntava il sindaco. La democrazia si fonda sui numeri e quando i numeri sono inesistenti non vale la logica del “tanto devono approvare lo stesso”

SCIACCA- La bocciatura del Piano Aro si riempie di alcuni contenuti politici che non vanno sottratti all’analisi della realtà politica in cui versa la città e in cui verserà fino alle prossime elezioni della primavera 2027. Una analisi che porta, inevitabilmente, a ripensare e riconsiderare le conseguenze di una visione politica incuneata in un perimetro ristretto. Assai ristretto e figlio di una classe dirigente e politica che ha viaggiato sul treno con destinazione il Consiglio comunale senza portare seco il bagaglio dei contenuti, della preparazione. Un viaggio svolto solo con indosso lo zainetto della superficialità, dell’approssimazione, della visione miope che, spesso, privilegia il preferire l’uovo anziché la gallina.
La bocciatura del Piano Aro, che ha bloccato una rimodulazione (che ha viaggiato su binarti a scartamento ridotto per un anno) del precedente ma con il sovraccarico di maggiori servizi che di fatto avrebbe quasi raddoppiato il costo a carico dei contribuenti dagli attuali 6 milioni annui a nove per otto anni, scopre una realtà che era difficile nascondere e che sarebbe, inevitabilmente, passata attraverso quella rocca di Radicofani su cui Ghino di Tacco continuò le sue scorribande, concentrandosi sui viandanti che passavano nella sottostante via di comunicazione. Non tutte le strategie riescono, e quella che ha accompagnato il sindaco, spinta dall’eminenza grigia, doveva necessariamente passare il cappio della durezza dei numeri in Consiglio comunale. Rimasto solo, il sindaco può contare su un solo consigliere comunale (anche assessore). Gli altri 23 sono tutti all’opposizione. Una opposizione che si è rinforzata con la diaspora dei consiglieri comunali del Pd, Verdi e M5S dopo la nota vicenda tutta interna alla coalizione che vinse le elezioni al ballottaggio, sol perché la coalizione di Messina non raggiunse il 40% per 22 voti. Poi, gli errori del centrodestra aiutarono Fabio Termine a vincere il secondo turno. Il Consiglio comunale era composto da 17 consiglieri del centrodestra e 7 della coalizione Termine. Oggi, il sindaco è rimasto solo con il consigliere Fabio Leonte. Una maggioranza bulgara, in sostanza, che una visione egoistica e personalistica del sindaco ha rafforzato rompendo con gli alleati Pd, Verdi e M5S e poi defenestrando gli assessori del Pd e M5S. Al sindaco sembrava tutto facile puntando sul fatto che tanto in Consiglio comunale devono approvare tutto, altrimenti dirò che per colpa dei consiglieri comunali non posso governare. Guai a chi è solo, perchè se cade non ha chi lo sollevi (Ecclesiaste, libro sapienzale dell’Antico Testamento, IV, 10). Il solo Fabio Leonte non basta a sollevare il sindaco, chi si abbandona alla solitudine, ah! quegli presto è solo, scriveva Goethe. E aggiungo: così è se vi pare, Pirandello.
La bocciatura del Piano Aro ha di fatto illuminato quella decina di consiglieri che, per il bene della città (assurda deduzione a celare la paura di ritornare a casa) immaginavano che il lupo si fosse vestito della lana della pecorella. Basta ricordare quella riunione che doveva essere “carbonara” e che fece incontrare in un ambiente da tifo calcistico (ma che non ha niente a che fare con la politica) una decina di consiglieri di opposizione e il sindaco. Un incontro per sondare la possibilità di un patto di non belligeranza mirato a scongiurare la mozione di sfiducia. Ma, come detto, se il lupo indossa la lana per avere le sembianze della pecorella, in verità sempre lupo resta. E questo, i partecipanti alla riunione nel circolo sportivo lo hanno, in ritardo, capito. Alla fine, hanno capito che è stato un errore sostenere il malato ad un macchinario per l’accanimento terapeutico che durerà fino a maggio del prossimo anno. E nell’ultima seduta consiliare quella decina di consiglieri comunali ha criticato duramente il sindaco. Ma rendersi conto dei propri errori quando il danno è stato fatto non è cosa buona e giusta. Il risultato di quegli errori è il mantenimento di una amministrazione nell’alveo di una agonia che fa il contrario di “quel bene per la città” che fece da scudo alla mancanza di determinazione e coraggio a firmare la mozione di sfiducia. E a loro basta ricordare il detto: il lupo perde il pelo ma non il vizio.