Regionali, Mulè da Washington accelera: “Candidature subito, la Sicilia sia la Singapore del Mediterraneo”
Il vicepresidente della Camera al talk de La Sicilia negli USA: “Il centrodestra non può arrivare a tre mesi dal voto”. E sul futuro dell’Isola: hub tra Europa e Africa con il Piano Mattei
«Il tempo è adesso». Giorgio Mulè sceglie Washington per lanciare il suo affondo sulle Regionali siciliane e sulle comunali nelle grandi città. Dal palco del talk “Sicilia, la maledizione della Grande Bellezza”, organizzato nell’ambito della quarta edizione degli Italpress Awards, il vicepresidente della Camera intervistato dal vice direttore de La Sicilia, Mario Barresi, sollecita il tavolo nazionale del centrodestra a chiudere subito i nomi. «Vale per Palermo, vale per la Sicilia, vale per Milano, vale per Roma, vale per Napoli», ha detto Mulè, incalzato da Barresi. «Non si può arrivare a ridosso delle elezioni tre o quattro mesi prima, sia che si voti a maggio, sia che si voti a settembre. I nodi vanno sciolti adesso». E per rafforzare il concetto, ha citato una storica frase dei Vespri Siciliani: “Antudo”. Non è comunque un mistero che per il dopo Schifani sia proprio Mulè in prima fila. A meno che non si pensi a lui per ruoli più importanti nel governo nazionale. Al centro del suo intervento, però, c’è una visione più ampia per l’Isola. «Bisogna liberarsi della gabbia geografica e fare della Sicilia la Singapore del Mediterraneo», ha affermato l’esponente di Forza Italia. Un’isola-hub, non più periferia, ma piattaforma logistica, tecnologica, industriale e culturale tra Europa e Africa.In questo senso, ha spiegato, sarà decisivo il Piano Mattei: «Guai se la Sicilia non assumesse un ruolo fondamentale in campo infrastrutturale, nella formazione e nella cultura».Inevitabile il passaggio sulle responsabilità dei ritardi siciliani. Per Mulè non ci sono alibi: «Rivendico alla politica la responsabilità di scegliere gli uomini. Se ha indicato gli uomini sbagliati, è la politica che ne risponde, perché ha fallito nel suo ruolo guida». Non la maledizione della bellezza, dunque, ma scelte sbagliate. È su questo crinale che si è mosso il dialogo di Washington, tra le potenzialità enormi di una terra ricca di storia e natura e la difficoltà di trasformarle in sviluppo stabile.





