Pd Sicilia, la pace dopo la guerra interna: a Sciacca la vera sfida è ricucire una frattura politica ormai profonda
Dopo le dimissioni di Antony Barbagallo si apre una fase di ricomposizione nel Partito Democratico siciliano. La tregua tra le correnti che hanno animato lo scontro interno potrebbe avere effetti anche nei territori più divisi, a partire da Sciacca, dove il confronto tra le aree riconducibili a Michele Catanzaro e al sindaco Fabio Termine ha segnato profondamente la vita politica cittadina.
Le dimissioni pianificate di Antony Barbagallo dalla guida del Partito Democratico siciliano chiudono una delle stagioni più tormentate della recente storia del partito nell’Isola. Una crisi politica e interna che, negli ultimi mesi, aveva assunto i contorni di una vera e propria guerra di posizione tra il gruppo vicino al segretario uscente e l’area riconducibile ai deputati regionali guidati da Michele Catanzaro, con sullo sfondo ricorsi, contestazioni e uno scontro che rischiava di paralizzare il partito alla vigilia di appuntamenti elettorali decisivi. La scelta di Barbagallo, maturata in stretto raccordo con i vertici nazionali, consente adesso di disinnescare una tensione che stava diventando insostenibile. Con le dimissioni decade infatti la materia del contendere che aveva alimentato ricorsi agli organi interni del partito e persino alla magistratura civile, consentendo al Pd siciliano di voltare pagina e avviare una nuova fase. Adesso il confronto si sposta sulle soluzioni organizzative che dovranno guidare il partito nei prossimi mesi. Sul tavolo c’è l’ipotesi di una reggenza collegiale, ma non è esclusa la nomina di un commissario autorevole, come lasciato intendere dal responsabile nazionale dell’organizzazione, Igor Taruffi, secondo il quale occorre garantire al più presto una guida in grado di accompagnare il Pd verso le imminenti sfide elettorali. In questo quadro si inseriscono anche le parole di Michele Catanzaro, che ha scelto toni prudenti ma significativi, richiamando il senso di responsabilità e la necessità di costruire un’alternativa credibile alle destre sia in Sicilia sia a livello nazionale. Dichiarazioni che fotografano bene il nuovo clima politico: dopo mesi di contrapposizione frontale, il partito prova a imboccare la strada della ricomposizione.
Ma se la pace tra le correnti appare ormai una necessità inevitabile a Palermo, la vera prova sarà verificare come questa nuova stagione verrà tradotta nei territori, dove le fratture non si sono consumate solo nei gruppi dirigenti ma anche nei rapporti politici e personali. E tra i territori simbolo di questa lunga contesa c’è proprio Sciacca. Non soltanto perché è la città di Michele Catanzaro, figura centrale nello scontro interno siciliano, ma anche perché qui la diatriba tra le due anime del Pd ha avuto ricadute concrete sulla vita amministrativa e sugli assetti politici locali. Nell’ultimo anno la distanza tra l’area vicina al deputato regionale e il sindaco Fabio Termine, espressione della componente riconducibile a Barbagallo, è diventata sempre più evidente. Una contrapposizione che ha prodotto prese di posizione pubbliche, rotture politiche e un progressivo allontanamento di esponenti democratici dall’amministrazione comunale. Ex assessori, consiglieri e dirigenti locali hanno assunto posizioni molto nette, rendendo il confronto tutt’altro che una semplice dialettica interna. Adesso, però, il nuovo corso imposto dai vertici regionali potrebbe cambiare lo scenario.
Se a Palermo si lavora alla ricucitura tra le aree che fino a ieri si combattevano senza esclusione di colpi, anche a Sciacca qualcuno dovrà interrogarsi sulla sostenibilità di una prosecuzione dello scontro permanente, soprattutto con le elezioni amministrative che si avvicinano e con un centrosinistra che rischierebbe altrimenti di presentarsi ancora una volta frammentato. Soprattutto in virtù di un tentativo di liberarsi di Termine attraverso un progetto politico elettorale trasversale, di cui si parla con insistenza, ma difficilmente realizzabile. La domanda politica, a questo punto, diventa inevitabile: la pacificazione regionale riuscirà a produrre effetti anche nella città delle Terme chiuse? Oppure le divisioni maturate negli ultimi anni, con annessi veleni e mire di vendetta, sono ormai troppo profonde per essere riassorbite da una semplice tregua tra correnti? Per il Pd saccense si apre probabilmente la fase più delicata. Perché se il richiamo all’unità e alla responsabilità appare oggi il mantra condiviso da tutti i dirigenti regionali, tradurlo in accordi, alleanze e candidature nei territori sarà molto più complicato. E sarà complicato spiegarlo agli elettori di area. A Sciacca, dove la frattura è stata tra le più visibili e traumatiche dell’intera Sicilia, si capirà se la pace siglata ai vertici sarà destinata a diventare una reale riconciliazione politica o soltanto una tregua imposta dalla necessità di arrivare uniti alle prossime elezioni.





