L’ombra della mafia su TikTok: boss “resuscitati” dall’IA e trasformati in idoli per i più giovani

riina tik tok

Video manipolati, like a valanga e commenti celebrativi: la criminalità organizzata sembra voglia sfruttare i social per riscrivere la propria immagine e sedurre le periferie più fragili.

La propaganda mafiosa corre veloce sui social, soprattutto su TikTok. Come si legge su La Sicilia, da mesi, sulla piattaforma cinese, circolano video generati con l’intelligenza artificiale che riportano in vita figure come Totò Riina e Matteo Messina Denaro, responsabili di stragi e violenze che hanno segnato la storia d’Italia. In queste clip, presentate come contenuti “illustrativi”, i boss parlano in prima persona, si autoassolvono, si umanizzano. Vengono dipinti come ribelli romantici, quasi eroi popolari in lotta contro lo Stato. Il meccanismo è semplice e devastante: l’algoritmo intercetta l’interesse, spinge i video a migliaia di utenti, soprattutto giovanissimi. I numeri esplodono: like a migliaia, commenti celebrativi, condivisioni senza freni. E ciò che nasce come un gioco diventa un manifesto. I boss diventano icone, modelli, riferimenti culturali per una generazione che non ha vissuto gli anni delle stragi e conosce la mafia solo per sentito dire. Il fenomeno non è nuovo. Prima i video ironici, i balli, le caricature. Ora la fase più pericolosa: sotto i video, i commenti parlano da soli: “Grande Riina”, “U ziu Totò, ci manchi”, “Onore al boss”. Un linguaggio che racconta un cortocircuito culturale profondo. La conferma arriva dalle indagini più recenti. Tra i giovani arrestati allo Zen 2, accusati di attentati incendiari e intimidazioni armate, spuntano profili TikTok pieni di frasi come: “Fa paura la fame, non la galera”. Una filosofia criminale rilanciata come fosse un motto motivazionale. Per chi cresce nelle periferie più fragili, la mafia continua a sembrare una scorciatoia, un’identità, un modo per esistere. La digitalizzazione di Cosa Nostra non è un dettaglio: è una strategia. E oggi passa da schermi luminosi, algoritmi e intelligenza artificiale. Un terreno dove la memoria delle vittime rischia di soccombere sotto l’estetica patinata della violenza.

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