34 anni fa la strage di Capaci, la mafia fece saltare in aria Falcone, la moglie e la sua scorta
Giovanni Falcone non era visto dai corleonesi come il «nemico numero uno». Il magistrato venne costantemente osteggiato da politici di diverso colore e dai suoi stessi colleghi, nei momenti chiave del suo percorso professionale
PALERMO- Oggi decorrono esattamente trentaquattro anni dalla strage di Capaci. La mafia fece saltare in aria Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, gli uomini della scorta, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro e Vito Sclafani. Cinquantasette giorni la stessa sorte toccò a Paolo Borsellino e agli uomini di scorta. La mafia corleonese sembrava aver vinto sullo Stato. Ma fu un boomerang che girò rotta e finì sulle teste dei capi della mafiosa. Fu la rivolta dei siciliani, il cambio di una cultura. Fu la reazione dei giovani contro la cultura mafiosa a scavare un solco profondo dove incanalare la cultura del rigetto della mafia. Da capitale della mafia, Palermo si è trasformata in capitale dell’antimafia. Una città che ha lanciato un forte messaggio di speranza contro la drammatica realtà del terrorismo mafioso che ha segnato la nostra storia. Giovanni Falcone fu il padre di un metodo di lavoro nuovo, non solo nelle tecniche di indagine, ma anche perché consapevole che il lavoro dei magistrati e degli inquirenti doveva entrare nella stessa lunghezza d’onda del sentire di ognuno: la lotta alla mafia, specie nella nostra terra, bellissima e disgraziata nel contempo, non doveva essere soltanto una distaccata opera di repressione, ma un movimento culturale e morale che coinvolgesse tutti e specialmente le giovani generazioni, le più adatte a sentire la bellezza del fresco profumo di libertà.
“La strage di Capaci – che per Cosa Nostra doveva rappresentare l’espressione della massima potenza – ha segnato l’inizio della fine di un’epoca: quella in cui la mafia era percepita come una componente strutturale della società siciliana, una subcultura meridionale, una situazione locale con cui molteplici ambienti esterni potevano pensare di convivere in una sostanziale neutralità o malcelata indifferenza, interrotta da saltuarie spinte emozionali. Il nostro Paese, in uno dei momenti più drammatici della sua storia, è riuscito a ricostruire una propria forte identità attorno alle idee e all’esempio di vita di quei Magistrati che sono invece divenuti il volto dell’Italia agli occhi della comunità internazionale”, dice Antonio Balsamo, Presidente della Corte d’Appello di Palermo.
Giovanni Falcone “non era solo visto dai corleonesi come il nemico numero uno. Venne pure costantemente osteggiato da politici di diverso colore e dai suoi stessi colleghi, nei momenti chiave del suo percorso professionale. Gli negarono la nomina a capo dell’Ufficio Istruzione, fu bocciato alle elezioni per il Csm e, dopo il fallito attentato dell’Addaura, vi fu addirittura chi lo accusò di essere l’artefice di una messa in scena per farsi la pubblicità di eroe. Tuttavia non si rassegnò mai all’isolamento e al vittimismo. Dopo decenni di impunità dei clan, fu capace di costruire con Paolo Borsellino l’impianto del primo maxi processo a Cosa Nostra, senza lasciarsi deprimere dai limiti culturali di un ambiente giudiziario allora, diversamente dai giorni nostri, privo di ogni sostegno nella società civile”, evidenzia Piergiorgio Morosini, Presidente del Tribunale di Palermo aggiungendo che Non con parole roboanti nei convegni o alla stampa ma con le sue azioni, Giovanni Falcone tracciò le “linee guida” per chi è chiamato a compiti di responsabilità in una società esigente e complessa. Nella eclissi della Prima Repubblica, il suo «senso della libertà” lo portò a ripensare anche al ruolo della magistratura nel sistema istituzionale, pur operando in un ambiente professionale poco incline a sensibili cambiamenti. Lo fece dialogando da pari a pari con la politica, sempre con approccio pragmatico e passione intellettuale”.
Il 23 maggio 1992 non è soltanto una data impressa nella memoria italiana: è una ferita ancora aperta. La strage di Capaci rappresenta uno dei momenti più drammatici della storia della Repubblica. In quei pochi secondi di esplosione, lungo l’autostrada, la mafia dichiarò guerra allo Stato. Ma quella guerra non appartiene solo al passato: continua ogni volta che la memoria viene piegata alla convenienza politica.
“Falcone non si è mai lasciato strumentalizzare. Non piegò il proprio lavoro alle convenienze ideologiche, non cercò appartenenze utili, non trasformò la giustizia in una bandiera personale o politica. Rimase fedele soltanto allo Stato e alla concretezza delle prove. Una indipendenza che spesso lo lasciò isolato e che ancora oggi rende difficile incasellarlo dentro una narrazione di parte”, sottolinea Pasquale Hamel affermando che ” Capaci ci insegna che la mafia teme la credibilità delle istituzioni più delle parole. E le istituzioni diventano credibili solo quando sanno essere sobrie, unite e rispettose. La verità sulla stagione delle stragi merita ancora ricerca, attenzione e giustizia. Ma merita soprattutto di essere liberata dal frastuono delle convenienze. Ricordare Capaci non significa soltanto commemorare dei martiri. Significa interrogarsi sul presente del Paese. E forse il modo più serio per onorare quella memoria è abbassare i toni, rinunciare alle strumentalizzazioni e restituire alla verità il silenzio e la dignità che le spettano”.





