PONTE VERDURA E DINTORNI: LA VERGOGNA E’ PRIMA DEL CROLLO…E ANCHE DOPO

Editoriale di Filippo Cardinale

Due elementi straordinari caratterizzano la vicenda relativa al crollo del ponte del Verdura. C’è un prima e un dopo. Nel mezzo ci sta una mano provvidenziale. Quella della Madonna del Soccorso che, nel giorno dei suoi festeggiamenti, ha evitato che persone potessero crollare nell’alveo del fiume insieme ai resti del ponte.

Ringraziando infinitamente la costante veglia della Madonna del Soccorso, davanti a noi appare un quadro che è caratterizzato, dal punto di vista temporale, da una chiara demarcazione.

Il “sacrificio” costituito dal crollo del piccolo ponte fa emergere, in tutta la sua durezza, drammaticità, una situazione che non può essere sottaciuta, né sottovalutata. Anzi, va denunciata per le inadempienze e per le responsabilità politiche.

Il crollo di quel piccolo ponte ha messo in ginocchio la viabilità della SS115, spezzando in due la parte meridionale della Sicilia. Davide contro Golia. Un piccolo ponte che fa emergere enormi manchevolezze, ritardi, superficialità. Il crollo del piccolo ponte mette vergognosamente in luce l’arretratezza di una viabilità, quella che migliaia e migliaia di cittadini stanno vivendo direttamente. Il percorso alternativo al tratto del ponte svela una provincia agrigentina maltrattata, degradata, arretrata, abbandonata.

Quel tratto interminabile di mulattiera è la firma di una classe politica che nel tempo ha reso indelebile la sua inadeguatezza rispetto alle esigenze di un territorio, rispetto alle esigenze, di un territorio che reclama sviluppo da sempre, e da sempre negato.

Una mulattiera mista tra competenze statali e provinciali. Un misto deleterio che ha ristretto la popolazione nell’ambito di un sottosviluppo inverosimile e deleterio. E’ in questo palcoscenico che si alternano i ruoli di un dramma che sfocia nella comicità. Su questo palcoscenico ognuno recita a soggetto, ma tanti personaggi sono in cerca d’autore.

Il presidente della Provincia di Agrigento imputa alla Regione le responsabilità di una scarsa viabilità. Ma nel frattempo, colui che accusa la Regione dimentica di essere il responsabile dell’ arretratezza i cui versano le strade provinciali (naturalmente la responsabilità ha un percorso temporale a ritroso). Ma in che mondo vive la classe politica?

La Provincia Regionale di Agrigento ha, sostanzialmente, due grandi competenze: la viabilità provinciale e l’edilizia scolastica degli istituti superiori. Ambedue i settori mostrano, senza tema di smentita, il fallimento di una politica dell’Ente provinciale incapace di assolvere al suo ruolo.

Il crollo del piccolo ponte ha fatto emergere il dramma di una condizione spaventosamente grave. Come è possibile che nessuno ha mai pensato (ma i piani di Protezione Civile Nazionale a che servono) alla vulnerabilità stradale con il crollo del ponte del Verdura. Come è possibile che mai nessuno si è mai preoccupato di creare, anzitempo, un’alternativa viaria in caso di crollo di punti così strategici?

Il piccolo ponte del Verdura ha messo a nudo (forse questo è il suo gesto estremo per evidenziare la drammaticità delle condizioni di un territorio) la fragilità di un sistema sanitario (il crollo del ponte ha isolato sanitariamente Ribera e il vasto hinterland con la struttura sanitaria di Sciacca), la fragilità di un sistema economico, la fragilità di un sistema sociale.

La strada SS115 è, essa stessa, una vergogna. L’estromissione del tratto Castelvetrano-Gela dall’anello autostradale siciliano è ancora un’ulteriore vergogna e segna il destino di un territorio lasciato alla sua fisionomia da terzo mondo. Una responsabilità politica che pesa come un macigno e che relega la provincia agrigentina costantemente agli ultimi posti delle classifiche stilate dagli istituti statistici.

Ma c’è ancora un’altra vergogna, quello del dopo crollo. Dopo 13 giorni, si è ancora sul punto dei tavoli tecnici, della scelta delle soluzioni. Anzi della soluzione, visto che a prevalere è solo quella che per la maggior parte del mondo tecnico sembra la meno ideale, la più costosa, quella che richiede più tempo.

C’è tanto sdegno in questi giorni tra la popolazione. Ma non bastano le parole di sdegno. No, E’ necessario che dalla popolazione germogli quel seme indispensabile della nuova cultura, del nuovo pensare. E’ necessario irrigare senza sosta il terreno della speranza, del riscatto. E’ necessario che ognuno esca dalla logica della coltivazione del proprio orticello. Ecco, è il senso sociale, della collettività che deve germogliare. Ma c’è una classe politica che non può più dispensare parole che volano col vento, o si disperdono in mare come l’acqua che scorre sotto i resti del ponte crollato.

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