Il paradosso di una città che dice “turismo” ma lo pratica poco
Anche quest’anno Pasquetta “free”: l’ennesima festa che rivela un sistema fermo da sempre
Le segnalazioni arrivate in redazione nei giorni di festa raccontano una storia che, a Sciacca, conosciamo fin troppo bene. Una storia che si ripete identica da anni: disservizi, indignazione, promesse, e poi il nulla. Una rituale che non cambia mai, qualunque sia l’amministrazione in carica, qualunque sia l’istituzione coinvolta. E ieri, giorno di Pasquetta, la città ha offerto l’ennesima dimostrazione di questo immobilismo. Il centro storico era animato da una presenza discreta ma significativa di persone: turisti, famiglie, visitatori di passaggio. Eppure, davanti a loro, si è presentata una città quasi sbarrata. Casa Museo Scaglione chiusa. Chiesa Madre chiusa. Museo diocesano chiuso. Chiesa del Carmine chiusa. A restare aperti, quasi come eccezioni che confermano la regola, soltanto il Museo del Mare, gestito dal Parco Archeologico della Valle dei Templi, e la Basilica di San Calogero, affidata ai frati, che nei giorni festivi accoglie sempre un flusso costante di visitatori. Il resto, desolazione. Turisti costretti a chiedere informazioni ai ristoratori e ai bar, diventati loro malgrado punti informativi improvvisati. Anche perchè, almeno nel pomeriggio, l’ufficio turistico era chiuso. Una città che dovrebbe vivere di turismo, ma che nei giorni in cui il turismo si manifesta davvero… si chiude.
Il problema non è nuovo. È storico, quasi accettato come un destino inevitabile. E ogni anno si ripete lo stesso copione: cittadini indignati, amministratori che annunciano soluzioni, istituzioni che promettono coordinamento, perfino il clero che interviene. Poi, passata la festa, tutto torna come prima. Le promesse restano lettera morta. E di amplificano in estate, quando si litiga per la Ztl ma i negozi abbassano le saracinesche alle 19.30 e rimangono chiusi la sera come accade nelle vere città che vivono di turismo. Le cause? Sempre le stesse: carenza di personale negli enti, difficoltà organizzative dei privati, e, diciamolo senza ipocrisie, la scelta di alcuni operatori economici di preferire lo “schiticchio” alla possibilità di tenere aperto e lavorare. Una mentalità che, in una città che si definisce turistica, pesa come un macigno. E sono pochi chi il turismo lo fanno imitando le realtà turistiche importanti, sfruttando quello che di buono e con tanta volontà è stato fatto in altre città.
E allora forse è arrivato il momento di smettere di stupirsi e iniziare a guardare la realtà per quella che è: Sciacca non sfrutta le opportunità del turismo perché, semplicemente, pochi vogliono davvero farlo. Ed a nulla valgono tavoli tecnici e lunghe discussioni sull’utilizzo dell’imposta di soggiorno. Altre città, anche vicine, hanno costruito economie solide proprio sui giorni festivi, sulle aperture straordinarie, sulla capacità di accogliere quando gli altri riposano. Qui, invece, si continua a perdere occasioni, a lasciare i visitatori davanti a porte chiuse, a raccontare un potenziale che non diventa mai sistema, a litigare sulla Ztl. La domanda, a questo punto, non è più “perché succede?”, ma “quanto ancora possiamo permetterci di far finta di niente?”. Non basta sciacquarsi la bocca su storia, cultura, mare, tradizioni, carnevale, identità. Senza una volontà collettiva di aprire, accogliere e lavorare quando serve davvero, senza una guida in cui prevalgono vere competenze turistiche e professionalità, resterà sempre una città che parla di turismo senza praticarlo.





