Morto a 88 anni Nitto Santapaola: la parabola del boss che segnò mezzo secolo di mafia catanese

nitto santapaola

La sua figura resta legata a una lunga scia di sangue, alle alleanze con i corleonesi e a un sistema di relazioni che ha intrecciato criminalità, economia e istituzioni.

È morto a 88 anni nel carcere di Opera, a Milano, Benedetto “Nitto” Santapaola, uno dei protagonisti più influenti e violenti della storia di Cosa nostra catanese. La sua ascesa affonda le radici negli anni Sessanta, quando nel 1962 venne “fatto” uomo d’onore insieme ad altri otto affiliati, tra cui il fratello Natale, il cugino Francesco Ferrera e Pippo Ferlito. In quella stessa cerimonia entrò nelle file della mafia anche Antonino Calderone, fratello di Pippo, che anni dopo diventerà uno dei più importanti collaboratori di giustizia, contribuendo a svelare l’esistenza e la struttura di Cosa nostra etnea.

L’ascesa negli anni Sessanta e Settanta

Da semplice soldato, Santapaola riuscì rapidamente a conquistare la fiducia di Giuseppe Calderone, che tra il 1966 e il 1967 lo nominò capo decina, scalzando figure più anziane. In quegli anni, Catania era un terreno fertile per criminalità comune e bande armate, e la mafia locale — appena 35 uomini d’onore — si trovò a fronteggiare gruppi numerosi e aggressivi come i “Cursoti”. Per rafforzare le proprie fila, vennero affiliati uomini noti per la loro capacità di usare le armi, tra cui Alfio Ferlito, Salvatore Lanzafame e Salvatore Pillera.

Negli anni Settanta, Santapaola adottò quella che Antonino Calderone definì “strategia corleonese”: un’alleanza con Totò Riina che avrebbe cambiato per sempre gli equilibri mafiosi. Nel 1977, durante una riunione nella villa del principe Vanni Calvello, Michele Greco sciolse la famiglia di Catania e la commissariò, nominando tre reggenti: Calderone, Santapaola e Tino Florio.

L’omicidio Calderone e la presa del potere

L’8 settembre 1979 Giuseppe Calderone venne assassinato in un agguato ad Aci Castello. Da quel momento, la leadership passò nelle mani di Santapaola, che divenne rappresentante della famiglia catanese. Attorno a lui si consolidò una struttura di potere che coinvolgeva uomini come Francesco Mangion, Salvatore Ferrera, Orazio Nicotra e figure della cosiddetta “borghesia mafiosa”, come l’imprenditore Franco Romeo, poi ucciso.

Gli anni di sangue e l’espansione del potere

Tra il 1981 e il 1982 Catania fu teatro di omicidi eccellenti e stragi che segnarono profondamente la città: la sparatoria al viale delle Olimpiadi, la strage di via dell’Iris, l’omicidio di Alfio Ferlito. Parallelamente, Santapaola costruiva una rete di relazioni con imprenditori e politici, muovendosi con disinvoltura tra affari, violenza e consenso criminale.

Dopo il mandato di cattura per l’omicidio del prefetto Carlo Alberto Dalla Chiesa, il boss divenne latitante per anni, fino alla cattura nel 1993. Da allora ha trascorso il resto della vita in carcere, sotto regime di massima sicurezza.

L’eredità criminale

La morte di Santapaola chiude simbolicamente una stagione di potere mafioso che ha segnato profondamente Catania e la Sicilia orientale. La sua figura resta legata a una lunga scia di sangue, alle alleanze con i corleonesi e a un sistema di relazioni che ha intrecciato criminalità, economia e istituzioni. Un’ombra lunga che, nonostante arresti e collaborazioni di giustizia, continua a influenzare la memoria e la storia recente della città.