Quindici ore da Sciacca in Calabria. Ponte sullo Stretto? Prima costruite una Sicilia da cui si riesca a uscire

L’odissea di una coppa saccense che voleva viaggiare in treno ma si è ritrovata su un pullman per un viaggio diventato un pellegrinaggio

Quindici ore per coprire poco più di 300 chilometri. Non è il resoconto di un viaggio intercontinentale, ma la cronaca amara di una famiglia partita da Sciacca e diretta a Rogliano, in provincia di Cosenza. Un’odissea che racconta meglio di qualsiasi conferenza stampa lo stato dei collegamenti siciliani nel 2026, mentre il dibattito nazionale continua a ruotare attorno al Ponte sullo Stretto, come se il resto dell’isola fosse già un modello di efficienza. La giornata comincia alle 8.00, con un amico che accompagna la coppia da Sciacca alla stazione di Palermo. Alle 9.20 sono già sull’Intercity 730, pagando un supplemento per garantirsi un viaggio “comodo”. La partenza è fissata per le 10.15, ma il primo annuncio arriva puntuale come un rituale: ritardo per problemi sulla linea. Alle 11.00 la situazione precipita. La comunicazione ufficiale parla di alberi caduti sui binari a Termini Imerese. Passano altre ore prima che, verso le 12.30, i passeggeri vengano fatti scendere per essere trasferiti su pullman diretti a Messina. Fuori dalla stazione esplode il caos: circa 200 persone, famiglie con bambini e animali, senza indicazioni, senza personale in grado di gestire la situazione. Gli animi si scaldano, interviene la polizia. Sembra l’evacuazione di un aeroporto, non la sostituzione di un treno. I primi due pullman partono, gli altri restano a guardare. Solo alle 13.00 arrivano nuovi mezzi. Ma il viaggio si trasforma in un pellegrinaggio forzato: il pullman deve fermarsi in tutte le località previste dal treno, da Cefalù a Castelbuono, da Sant’Agata di Militello a Capo d’Orlando, fino a Patti e Milazzo. A un certo punto l’autista è costretto a fermarsi per il riposo obbligatorio: ha esaurito le ore di guida. Un dettaglio che, in un sistema efficiente, sarebbe gestito con un cambio. In Sicilia diventa un ulteriore rallentamento. L’arrivo a Messina avviene alle 19.00. I passeggeri si imbarcano a piedi sulla nave veloce delle 19.40 per Villa San Giovanni. Da lì un altro autobus parte alle 20.00 verso Paola. La famiglia riesce a scendere a Falerna, dove il figlio li recupera in auto, evitando altre due ore di viaggio. L’arrivo è alle 23.00. Quindici ore dopo la partenza. Un viaggio che non è un’eccezione, ma un simbolo. Mentre si discute di megaprogetti futuristici, la Sicilia continua a muoversi come un’isola del passato: infrastrutture fragili, linee ferroviarie vulnerabili, servizi sostitutivi improvvisati. E la domanda sorge spontanea: come si può parlare di collegare l’Italia, quando non si riesce nemmeno a collegare la Sicilia a se stessa?