Morto a 29 anni in ospedale: risarcimento da 2 milioni per errore dei sanitari

L’azienda sanitaria annuncia appello: “Decisione viziata, patologia cardiaca preesistente” Il tribunale di Catania ha condannato...

L’azienda sanitaria annuncia appello: “Decisione viziata, patologia cardiaca preesistente”

Il tribunale di Catania ha condannato l’Azienda ospedaliera Garibaldi a risarcire con circa 2 milioni di euro i sei familiari di un giovane di 29 anni morto il 28 gennaio 2016 dopo un intervento chirurgico per appendicite acuta con peritonite. L’operazione, secondo quanto ricostruito dai legali della famiglia, Rossella Danile e Raimondo Cammalleri, si era conclusa senza apparenti complicazioni. Nelle ore successive, però, il paziente aveva accusato forti dolori post-operatori e gli era stata somministrata mezza fiala di Toradol per via endovenosa. Poco dopo aveva perso conoscenza, andando in arresto cardiaco; i tentativi di rianimazione non erano riusciti a salvarlo. Il giovane lasciò la moglie ventitreenne e due bambine di 20 e 4 mesi, oltre ai genitori e alla sorella. Dalle carte processuali, spiegano i legali, emerge che la prima verifica del ritmo cardiaco sarebbe avvenuta 15 minuti dopo l’arresto, nonostante il paziente fosse monitorato e avesse manifestato sintomi critici. Secondo i periti, un intervento tempestivo avrebbe garantito una probabilità di sopravvivenza superiore al 50%. La perizia sottolinea che l’applicazione corretta delle linee guida sul trattamento dell’arresto cardiaco avrebbe potuto evitare il decesso “con elevato grado di probabilità”. Gli avvocati parlano di ritardi nelle procedure di emergenza, mancata valutazione immediata del ritmo cardiaco e mancato utilizzo del defibrillatore, elementi ritenuti causalmente determinanti. La sentenza, pubblicata il 9 gennaio 2026, ribadisce — affermano Danile e Cammalleri — che la struttura sanitaria risponde non solo dell’atto chirurgico, ma anche della gestione post-operatoria, ritenuta in questo caso gravemente carente.

La replica dell’Arnas Garibaldi

La direzione strategica dell’ospedale ha annunciato l’intenzione di proporre appello, contestando la decisione del giudice. Secondo l’azienda, la sentenza presenterebbe “vizi procedurali e sostanziali” e deriverebbe da un “travisamento delle prove documentali”. L’Arnas sostiene di avere dimostrato che nel reparto era presente il defibrillatore e che il paziente era affetto da una patologia cardiaca strutturale non diagnosticata, ritenuta una concausa naturale e indipendente dalla condotta dei sanitari.

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