Madonna e Carnevale: sacro e profano che improvvisamente diventano “coetanei”
Un anniversario nuovo tra studi storici, tradizioni reinventate e orgoglio cittadino, la festa saccense rivendica un passato sempre più lontano.
“A Sciacca, il Carnevale non invecchia. Raddoppia”. Nella patria dei carri allegorici, delle maschere colorate, delle battute pronte e di quella capacità tutta locale di prendere la vita con un sorriso, da alcuni giorni la matematica non torna. Quest’anno, per il Carnevale 2026, gli organizzatori hanno deciso di celebrare… i 400 anni della festa. Una scelta che ha lasciato la cittadinanza un po’ perplessa, un po’ divertita e un po’ incredula, perché proprio in questi giorni la città sta commemorando anche i 400 anni della processione di Maria Santissima del Soccorso, la patrona che, secondo la tradizione, liberò Sciacca dalla peste nel 1626. Due eventi diversissimi, uno di fede profonda e l’altro di gioiosa allegria, che improvvisamente si ritrovano coetanei. Una coincidenza che ha fatto sorridere molti: “Sciacca nel 1626 doveva essere un posto parecchio movimentato”, commenta qualcuno. E altri: “Come si poteva pensare di fare festa mentre si piangevano i morti ?” A parte questi legittimi interrogativi, la domanda che circola ovunque è una sola: come si è passati dal Carnevale numero 100 del 2000 ai 400 anni del 2026? Un salto temporale piuttosto ampio che sa di “Ritorno al futuro” o altri film di fantascienza. Gli organizzatori, però, non si scompongono. “La festa non è alla 400ª edizione – precisano – ma quest’anno celebriamo un anniversario storico, non numerico”. La base sarebbe uno studio dello storico Pippo Verde, secondo cui nel 1626 a Sciacca venne istituito un momento conviviale annuale: una distribuzione di cibo alle famiglie bisognose, occasione di allegria e socialità. “Quello – spiegano – può essere considerato l’embrione del Carnevale. Molto più attendibile della numerazione che portò al centenario del 2000”. E così, mentre qualcuno si chiede se nel 1626 si distribuivano già salsicce e vino come nei decenni successivi, altri ricordano che c’è chi fa risalire il carnevale addirittura ai saturnali romani, con tanto di re del caos sacrificato a fine festa (per fortuna tradizione non ripresa). Altri ancora citano il 1616, quando il viceré Pedro Téllez-Girón stabilì che in Sicilia l’ultimo giorno di festa tutti dovessero mascherarsi. Insomma, se si vuole trovare una data, ce n’è per tutti i gusti. Quel che è certo è che il carnevale di Sciacca è sempre stato una festa popolare: travestimenti improvvisati, vino generoso, carne e dolci in quantità e i primi carri addobbati “alla buona”, con i mascherati seduti su sedie traballanti portate in giro per il centro storico della città. Ben altra cosa rispetto ai “giganti” di cartapesta che si possono ammirare oggi. Alla fine, forse, la verità è semplice: Sciacca ama il suo Carnevale così tanto da volerlo più antico possibile. C’è infatti quella storica rivalità con il carnevale di Acireale, che si fregia di essere il più antico della Sicilia: e lo rimane visto che la festa etnea viene citata per la prima volta in un documento ufficiale nel 1594, ben prima del 1626 saccense. Ma gli organizzatori delle due manifestazione rigettano il tema della rivalità. Anzi, vogliono collaborare. La festa saccense, che ogni anno coinvolge migliaia di persone, accende la città e rappresenta un pezzo identitario della comunità, merita tutta la storia che le si può attribuire.





