Madonna del Soccorso, ottima la prima parte. In attesa del 15 agosto. Ma la città urge della concordia civium

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La prima parte dei festeggiamenti per il quarto centenario della liberazione della città dalla peste per intercessione della Madonna del Soccorso ha restituito l’immagine più bella e più autentica della nostra Sciacca


SCIACCA- La comunità saccense ha saputo stringersi attorno alla propria storia, alla propria fede, alla propria identità. L’occasione è stata quella del voto e della processione, l’1 e il 2 febbraio. Quest’anno con la coincidenza del quarto centenario del miracolo della liberazione della festa. Una comunità che, dopo mesi di lavoro silenzioso, studio, confronto e fatica, ha saputo stringersi attorno alla propria storia, alla propria fede, alla propria identità.
Nessuno può immaginare che tutto nasce per caso. Vi è stato un lungo percorso di preparazione avviato con passione profonda, lucidità e visione dal presidente arciprete don Giuseppe Marciante. Un percorso proseguito con dedizione e concretezza dal nuovo arciprete don Calogero Lo Bello. Due figure diverse per stile, generazione, ma unite da un obiettivo chiaro: restituire alla città un appuntamento che non fosse solo celebrazione, ma memoria viva, partecipata, condivisa. Il valore aggiunto di questa prima fase dei festeggiamenti è stato senza dubbio l’impegno sinergico. Un lavoro corale che ha visto dialogare l’arcipretura, l’amministrazione cittadina e la direzione artistica affidata a Salvatore Monte, che da anni racconta la storia locale attraverso il teatro e che, in questa occasione, ha messo in campo tutta la sua passione per le tradizioni popolari, dimostrando ancora una volta come cultura e devozione possano camminare insieme senza forzature. Una sinergia non facile per una città vocata a tentazioni divisorie che vengono generate in ogni occasione. Le iniziative messe in campo – rievocazioni storiche, musica, concerti, incontri religiosi, momenti di riflessione e di festa – sono state apprezzate trasversalmente. Lo ha detto la città, l’abbiamo raccontato noi stampa locale, lo si è percepito nelle piazze piene e negli sguardi di chi partecipava non da spettatore, ma da parte viva di un racconto collettivo. Questo quarto centenario segna infatti un legame profondo e irrinunciabile tra Sciacca e la sua Patrona: un legame che resiste al tempo e che continua a dare senso al presente.
Eppure, sarebbe disonesto non dirlo: Sciacca, anche davanti alla propria Madre, talvolta (più di talvolta) si divide. Accade ciclicamente, accade soprattutto nei momenti più alti. Proprio per questo, dagli organizzatori, dall’arciprete in prima persona, dal direttore artistico, sono arrivati ripetuti inviti alla pacificazione. Non una parola vuota, ma una necessità storica. Questa città ha risorse enormi, umane e culturali, che vanno valorizzate e non logorate da contrapposizioni sterili. Ma ha un grande male, la voglia divisoria. Non critica costruttiva, ma quella che si manifesta nella peggiore della forma, distruttiva.
La politica, in questo contesto, è chiamata a fare la propria parte. Non può e non deve essere sempre litigiosa, né può permettersi di guardare con sospetto o invidia ciò che funziona. Governare una comunità significa saper riconoscere il valore del lavoro altrui e avere il coraggio di guardare al futuro senza rancori. Se chi amministra per primo si lascia guidare dall’invidia, è illusorio pretendere maturità e unità dai cittadini. Non è certo un buon esempio edificante. I segnali arrivati in questi giorni sono stati forti e inequivocabili: la presenza del cardinale Baldo Reina, vicario di Papa Leone, a Sciacca; la presenza del Vescovo, monsignor Alessandro Damiano; la presenza di un predicatore di grande spessore come padre Nardelli. Tutto questo racconta un lavoro serio, riconosciuto, che va ben oltre i confini cittadini.
E allora colpisce, e non poco, che un arciprete appena quarantenne, arrivato a Sciacca con entusiasmo e responsabilità, si trovi costretto a discutere su questioni frivole, marginali, che nulla hanno a che fare con il bene della comunità. È un segnale che non ci piace, che non fa bene alla città e che va corretto, con senso di misura e con rispetto. Questa prima parte dei festeggiamenti ci consegna una certezza: quando Sciacca sceglie di camminare insieme, sa essere grande. Sta a tutti, Chiesa, istituzioni, politica e cittadini, decidere se questa unità debba restare un’eccezione o diventare finalmente la regola.
Infine, mi piace citare la sostanza della repubblica romana. Concordia civium la chiamavano nell’antica Repubblica romana. Formidabile collante politico che teneva unito il corpo della società poiché garantiva che anche nei momenti di più acceso conflitto interno che le contrapposizioni non degradassero nel distruttivo animorum disiunctio e si mantenessero nell’alveo del fertile dissensio opinionum. Ecco, oggi basterebbe che soffiasse solo un pò di quell’antico spirito repubblicano tra le classi dirigenti al governo cittadino, all’opposizione, tra la gente. E anche meno leoni da tastiera.