Funerali ragazzi morti nella tragedia di Crans-Montana: l’omelia del cardinale agrigentino Baldo Reina
E’ stato il cardinale Baldassare Reina, Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma, il celebrante della messa dedicata ai ragazzi morti nella tragedia di Crans-Montana. Riportiamo integralmente l’omelia.
Ci lasciamo guidare dalla pagina di Vangelo appena ascoltata, per cercare un aiuto a vivere cristianamente la morte di Giovanni, Achille, Emanuele, Chiara, Riccardo e Sofia; i nostri giovanissimi connazionali morti nella tragedia di Crans-Montana. Ci sentiamo vicini alle loro famiglie e li consideriamo parte delle nostre famiglie, in un dolore che patisce tutto il nostro paese, facendoci sentire un’unica grande famiglia che soffre. In questa unica famiglia del dolore, avvertiamo una straziante comunione con chi piange la morte di un proprio caro oltre ogni confine, e con chi, in quest’ora, lotta per la vita e la guarigione, aiutati da soccorritori, e assistiti da medici, infermieri, psicologi, nell’ospedale Niguarda di Milano e in tutti gli altri centri sanitari, che ci hanno mostrato, loro per primi, e ci mostrano con lacrime e sudore, che sono tutti figli nostri.
L’episodio del Vangelo di Marco narra di un breve momento in cui Gesù si allontana dai suoi discepoli per ritirarsi in preghiera. I discepoli, obbedendo alle sue indicazioni, salgono sulla barca per precederlo a Betsaida, sull’altra riva del lago di Tiberiade dove ora si trovano. Giunti a metà della loro navigazione, li vediamo affaticati a remare, bloccati come dentro un vortice di acqua e vento contrario; inutile pare ogni sforzo per contrastarlo; risulta impossibile raggiungere l’altra riva.
In questa scena potremmo comporre tutte quelle situazioni in cui la fatica del vivere e del comprendere si congiungono nell’estenuante sforzo incapace di contrastare la violenza che si oppone, l’annichilimento che dispone. Le onde sovrastano la nostra debole imbarcazione, i venti si scatenano, i dubbi ci sovrastano, le paure ci paralizzano. E noi in mezzo a questo scenario, siamo stremati dallo sforzo, e impotenti nel cercare un approdo sicuro.
La tragedia di Crans Montana ha liberato un vortice che ci avvinghia: siamo tutti noi, ora, su quella barca, a cercare l’uscita che quei ragazzi non hanno trovato per mettersi in salvo. Il vortice di morte sconvolge i sentimenti, una spirale indomita inghiotte storie, volti, sguardi, sorrisi, sogni,sfigurando la bella giovinezza, e torce le domande che tornano a noi mute: com’è stato possibile? Si può morire così?
Siamo di fronte alla voragine che quel vortice ha scavato. Le onde schiaffeggiano le nostre coscienze, i remi impotenti contrastano al limite di spezzarsi. La potenza delle acque tutto sommerge. A stento si distinguono l’incommensurabile dolore delle famiglie, e la negazione di un principio di natura che lega la giovinezza alla pienezza di vita, e non alla morte, e più insensato e insopportabile, a una morte che non solo si poteva evitare, ma che si doveva evitare.
Come per un’esigua, nascosta e misteriosa risorsa continuiamo a vivere, così proseguiamo a leggere questa pagina di Vangelo che ci racconta di Gesù che non era con loro, ma che li vede annaspare, e li raggiunge come per superarli, incredibile, camminando sulle acque. Per comprendere, abbiamo bisogno di ricorrere alla comprensione dei simboli. Lì dove prevale assegnare all’acqua il significato della vita, il contesto biblico, vi lega quello della morte: la profondità dell’acqua è sempre simbolo di morte. Gesù che vi cammina sopra si manifesta come Signore della vita, prefigurando il suo destino che prevederà il suo morire, che ce lo renderà ancor di più fratello, ma che si compirà nella vittoria sulla morte con la sua resurrezione, di cui siamo tutti resi partecipi grazie a Lui.
Come i discepoli di Gesù possiamo non considerare possibile l’impossibile che le misure umane non conoscono. Forse anche a noi, «sconvolti» capita di gridare: «è un fantasma», non è reale, non è ammissibile, nell’ossessione che l’ultima verità dell’esistenza sia soltanto quella della morte, contro cui si scontrano le nostre speranze.
Gesù finalmente parla, e si rivolge loro dicendo: «Coraggio, sono io, non abbiate paura», e sale sulla barca, con loro, e il vento cessò.
Sale sulla barca, la nostra barca, la nostra vita che la tempesta sta sconvolgendo. E il vento allenta il suo morso. Il suo mistero è questo, entra nella nostra vita, entra nella nostra morte, rianima la nostra esistenza vincitore sulla morte con la sua resurrezione.
Questa è la fede con cui riconosciamo la verità e il conforto di quella voce che abita il dolore di questa tragedia. Nessuna parola cede all’irrilevanza nel Vangelo. In questo racconto descrivendo Gesù che raggiunge i suoi discepoli, viene detto che «andò verso di loro, camminando sul mare e voleva oltrepassarli». Sembra la manifestazione di un’intenzione abbandonata. Non deve sorprendere questa volontà di passare avanti, come farebbe il maestro che mostra la via, e i discepoli dietro. Ma ci sono momenti, come questo, in cui viene documentato quello che sembra un ripensamento, e manifesta la qualità speciale della sua compassione, che esprime il modo con cui il Signore vuole essere non solo per noi, ma con noi, nella tempesta, fugandola insieme alla paura di rimanere prigionieri della morte.
Ogni volta di fronte alle tragedie è legittimo domandarci dov’era Dio, perché l’ha permesso, cercando in Lui la causa remota, la cui esistenza disperatamente sembra consolarci o alimentare la più radicale ribellione. Ma, come in questo episodio del Vangelo, cercando Dio, lo troveremo, nel suo Figlio, accanto a noi nella barca sconvolta dall’impeto delle acque, troppo piccola per vincerne la forza, così come ci è apparso inadeguato quel locale di festa che si è rivelato una trappola mortale. Lo troveremo vittima con chi è vittima, figlio tra i nostri figli morti, feriti, lacerati da quanto accaduto, e la causa non dovrà essere cercata in cielo, ma in terra.
Oggi nel dolore che punge avvertiamo che mentre sono tutti figli nostri, devono rimanere figli nostri anche tutti quelli che dovranno vedere riconosciuto per se stessi, per gli altri e dagli altri, il diritto a difendere la propria giovinezza, a vivere e a divertirsi in sicurezza, individuando regole e sostenendo convintamente il loro rispetto.
Se tutti ci sentiamo genitori nel dolore, se ci sentiamo fratelli, sorelle, amici in questa tragedia, dobbiamo essere genitori, fratelli, sorelle, amici perché questo non accada più.
Di fronte alla morte ci sentiamo impotenti, travolti dalle domande, spettatori inerti, dilaniati dal dolore perché il filo prezioso della vita è stato spezzato, sappiamo che tutto questo poteva essere evitato, rendendo più acuto il soffrire.
Più acuto sarebbe il tormento se di quanto accaduto rimanesse la cenere dei silenzi, dell’assenza di spiegazioni, dell’opacità e dell’inerzia nella ricerca delle cause, e peggio si rimuovesse la tragica lezione che ci impegna alla custodia del diritto alla giovinezza che non ammette negligenze.
Ci rivolgiamo a Dio, il tessitore di questi fili meravigliosi, fiduciosi che nulla e nessuno vada perduto risentendo quelle parole di Gesù a cui ci affidiamo, e che mentre ora, sgomenti, ci diventano difficili da pronunciare, sono la nostra speranza: «Questa è la volontà di chi mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo resusciti nell’ultimo giorno» (Gv 6, 39) Giovanni, Achille, Emanuele, Chiara, Riccardo e Sofia, sono i nomi che Dio tiene scritti, indimenticabili nel palmo della sua mano, e che ora piange con le nostre lacrime, in attesa. Perché nulla è finito, nessuno è perduto.
Baldassare Card. Reina (Vicario Generale di Sua Santità per la Diocesi di Roma





