ECUA, terremoto ai vertici: Ruvolo si dimette e denuncia “scelte politiche che mettono a rischio il risanamento”
L’ex vicepresidente lascia l’incarico con una lettera durissima: “Sostituzione di Perino incomprensibile. Il Consorzio non può tornare ai modelli gestionali che hanno prodotto il disavanzo”
Terremoto ai vertici del Consorzio Universitario ECUA. Il vicepresidente Giovanni Ruvolo si è dimesso con una lettera durissima indirizzata alla Regione, ai Comuni soci, all’ERSU e alla comunità accademica. Un atto definito “irrevocabile” e motivato da quella che considera una “scelta politica grave”: la sostituzione del presidente Giovanni Perino con l’ex deputato Antonino Mangiacavallo, nominato dalla Giunta regionale. Per Ruvolo, la decisione è «incompatibile con il percorso di risanamento avviato nel 2024» e rischia di riportare l’ente «ai modelli gestionali che hanno prodotto il disavanzo». L’ex vicepresidente rivendica il lavoro svolto nell’ultimo anno: ricomposizione del deficit ereditato, tavoli tecnici con Università di Palermo ed ERSU, interventi di manutenzione, attivazione della mensa universitaria, navette a tariffa calmierata per gli studenti e richiesta alla Regione di un contributo rimodulato. Nella lettera Ruvolo ricorda anche i due contenziosi che pesano sull’ente: gli 8 milioni contestati all’Università di Palermo e i 600 mila euro non riconosciuti dal Libero Consorzio. Su entrambi i fronti, sostiene, la governance Perino aveva avviato interlocuzioni per evitare nuovi squilibri. Ruvolo rivendica inoltre il recupero di oltre 1,3 milioni di euro di contributi regionali arretrati, fondamentali per garantire la sopravvivenza dell’ente. Da qui l’affondo finale: la sostituzione di Perino rappresenterebbe «un passo indietro» che mette a rischio la sostenibilità finanziaria dell’ECUA e il diritto allo studio dei 1.300 studenti agrigentini. «Non sarò complice», scrive Ruvolo, chiedendo trasparenza, un piano di rientro triennale e un contributo regionale stabile. E chiude con un monito: «ECUA non può essere ostaggio della politica».





