Riforma enti locali, l’Aula salva solo la norma sulle quote rosa

sala d'ercole

Dopo un percorso accidentato e numerosi articoli bocciati dal voto segreto, l’Assemblea regionale siciliana vara la riforma: resta la rappresentanza di genere, cadono terzo mandato e consigliere supplente

Dopo un iter travagliato e la bocciatura in Aula di diversi articoli, l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato la riforma degli enti locali. Tra le norme più significative rimaste in piedi c’è l’obbligo, per i sindaci dei Comuni con più di tremila abitanti, di nominare in giunta almeno il 40% di assessori donna. La disposizione entrerà in vigore al primo rinnovo dei consigli comunali.

Sono cinquanta i voti favorevoli che hanno permesso al disegno di legge di superare l’esame dell’Aula, nonostante il voto segreto abbia affossato altre misure attese dagli amministratori locali, come il terzo mandato per i sindaci e l’introduzione del consigliere supplente.

Soddisfazione, con sfumature diverse, è stata espressa da tutti i gruppi parlamentari. Per il capogruppo del Pd, Michele Catanzaro, si tratta di “un passaggio storico per la Sicilia”, che finalmente si allinea al resto d’Italia sulla rappresentanza di genere. Il capogruppo della Lega, Salvo Geraci, ha invece sottolineato la mancanza di una regia politica unitaria nella maggioranza, definendo l’esito complessivo “una Waterloo”, salvata solo dalla norma sulle quote di genere.

Per il M5S, Antonio De Luca rivendica l’allineamento della Sicilia agli standard nazionali sulle quote rosa e l’introduzione del tagliando antifrode, pur criticando l’impianto generale del ddl, giudicato funzionale a “giochi clientelari”. La deputata dem Valentina Chinnici parla di “vittoria del partito delle donne” e di una maggioranza ormai dissolta, mentre la presidente del Pd Sicilia, Cleo Li Calzi, ricorda che non si tratta di un privilegio ma di un diritto finalmente riconosciuto.

Marianna Caronia (Noi Moderati) definisce la giornata “storica”, rivendicando l’impegno personale sulla rappresentanza femminile. Più critico il leghista Vincenzo Figuccia, che parla di risultato “in chiaroscuro”: bene le norme su genere e permessi, male la mancata approvazione del consigliere supplente e del terzo mandato. Sulla stessa linea Margherita La Rocca Ruvolo (FI), che definisce la riforma “un passo avanti parziale”.

Per Roberta Schillaci (M5S) la battaglia sulle donne nei municipi è “vinta”, nonostante le tensioni su un ddl giudicato approssimativo. Di “amarezza e sconforto” parla invece Giorgio Assenza (FdI), che si scusa con gli amministratori locali per le norme rimaste al palo. Infine, Giuseppe Lombardo (Mpa-Grande Sicilia) esprime rammarico per la scelta di non consentire il terzo mandato nei Comuni sotto i 15 mila abitanti, creando una disparità rispetto al resto del Paese.